Montepulciano: Teatro a “Casa Fenny”; l’ultima lettera di Etty Hillesum. Suite de Le Imperdonabili con Clara Galante

Di Francesca Andruzzi

Di Casa Fenny aveva già parlato Francesca Fenati, nella rubrica dedicata al “personaggio del mese” (1° febbraio 2018). E domenica sera, 11 febbraio, proprio a Casa Fenny è andata in scena l’emozione. Emozione significa, letteralmente, mettere in movimento. E, come nel migliore ossimoro, questa “emozione” ha bloccato i corpi del pubblico in un silenzio assordante e smosso gli animi con un frastuono silenzioso. Non si può descrivere altrimenti, a beneficio di coloro i quali non hanno avuto il privilegio di assistere, la magica interpretazione di Clara Galante che, per un’ora e poco più – ma chi si è accorto del tempo? – ha trascinato tutti nel salotto di Etty Hillesum, che perse la vita, a soli ventinove anni, ad Auschwitz e, dunque, non c’è bisogno di dire che Etty era ebrea. Etty si interroga, nel suo salotto, su cosa portare con sé ad Auschwitz, il suo patibolo. E non solo il suo. Le cose, gli oggetti, i libri, il suo amato diario che racchiude, al pari delle lettere, un’anima poetica. Non era una santa Etty, ma muore da tale. Amava la vita, gli uomini, le cose belle. Era umana Etty, bella, carnale, sensuale. Poi, nella sua esistenza entra prepotentemente il dolore. Quel dolore che non riguarda solo lei, ma milioni di altri individui, che da altri individui vengono trattati come cose. Anzi, peggio. Etty ha cura delle proprie cose. I suoi libri sono i suoi figli. Grazie a loro ha conosciuto persone e personaggi che le hanno parlato, anche da epoche lontane. E così Etty è cresciuta, non solo nel corpo, anche nell’anima, che al corpo è inscindibilmente legata fino al momento in cui dovrà presentarsi davanti a quel Dio che sembra aver inondato il mondo di dolore. Ma Etty sa distinguere: sono gli essere umani che provocano dolore. E tanto alta è la sensibilità e la capacità di discernimento di questa giovane donna ebrea, al punto di arrivare ad interrogarsi non sul perché tutto quel male venga inflitto a lei, come ad altri milioni di fratelli, ma su cosa abbia provocato l’odio degli aguzzini. Fino a compatirli. Fino ad arrivare a pensare di regalare un sorriso a chi prende a calci il suo corpo. L’ultima cartolina scritta da Etty fu trovata su un binario, uno di quei binari della morte, caduta, anzi, imbucata dal finestrino di un treno che su quei binari correva, lento. Clara è diventata Etty, per una sera. Come solo le vere attrici riescono a diventare il personaggio che interpretano. Chi ha assistito, ha visto rivivere Etty, una piccola grande donna che muore serena, perché sa che quando arriverà al cospetto di quel Dio in cui crede fermamente, cambierà gli spiccioli del dolore con un’unica moneta, la moneta della pace. Basta muovere appena la testa ed osservare i volti del pubblico presente per capire che Etty e Clara hanno emozionato, hanno messo in movimento l’anima dei presenti. Nel salotto di Casa Fenny, Clara Galante ha portato Etty Hillesum, ha parlato con la sua voce, ha guardato negli occhi del pubblico con gli occhi di Etty Hillesum. Una sorta di reincarnazione. Il miracolo del teatro, il miracolo di un’attrice eccezionale, un vero talento. E poi la cena, insieme al pubblico. Si è cambiata d’abito Clara Galante, ma solo apparentemente. Al posto dei vestiti anni ’40 di Etty, una mise moderna, pantaloni palazzo e una morbida maglia. Ma gli occhi sono ancora quelli di Etty. Le mani sono quelle di Etty. Il sorriso è quello di Etty. Mi avvicino a lei e mi viene spontaneo darle del “tu”, perché non so se sto parlando con Clara, che non avevo mai incontrato personalmente (e, dunque, il “lei” sarebbe d’obbligo) o con Etty, con cui ho vissuto un’ora che è stata la condivisione di una vita, della sua vita. Che è diventata un’amica, una sorella, un esempio.

 

D.: Dove finisce Etty Hillesum e dove inizia Clara Galante? O è il contrario?

R.: Forse siamo la stessa cosa, perché quando ho letto per la prima volta il suo diario (Diario, 1941-1943, di Etty Hillesum, Ed. Adelphi), questo libro mi ha cambiato la vita. E quando si cambia è come una rinascita…

 

D.: Il pubblico di Casa Fenny è sempre attento, ma stasera mi è sembrato di cogliere qualcosa in più…

R.: Il merito è di Etty…

 

D.: …e della indiscutibile bravura di Clara Galante…

R.: (sorride)… il talento non è un merito, è un dono. E i doni debbono essere offerti a tutti. E’ questo il compito, anzi, la missione di un attore. Tenere per sé i propri talenti significa sprecarli. Spero solo di avere trasmesso sensazioni particolari ed indimenticabili. Etty è stata, anzi è una grande donna. Rispondere all’odio con un sorriso, accettare il dolore per la salvezza degli altri… sembra qualcosa che appartiene solo a pochi eletti. E invece tutti possiamo essere capaci. Etty ce lo ha insegnato. Era molto più umana di quanto si possa pensare, amava i piaceri della vita, eppure non ha esitato ad accettare quella tragedia, anziché cedere alla disperazione.

 

D.: Quale il peso dei “libri” in questo modo di essere di Etty?

R.: La conoscenza apre la mente, che è la sede della coscienza. Solo conoscendo la storia si può affrontare il presente e guardare al futuro con occhi consapevoli e volitivi. Come quelli di Etty.

 

D.: Torniamo a Clara Galante. Il suo curriculum è a dir poco mozzafiato: diplomata all’Accademia Silvio D’Amico con una regia di Andrea Camilleri, perfezionamento all’Accademia d’Arte Drammatica di Cracovia e poi all’Istituto Europeo del Teatro a San Miniato; Masterclass di regia con Peter Brook al Piccolo di Milano e poi musica, danza, poesia. Ha lavorato con attori e registi del calibro di Luca Ronconi, Vittorio Gassman, Michele Placido, Gigi Proietti, Giorgio Albertazzi, solo per citare alcuni dei più noti al grande pubblico. Ha lavorato con Andrea Moricone, scrive poesie e testi teatrali, è stata voce solista in As you like it di Shakespeare, per la regia di Marco Carniti. E poi New York, Parigi, fino alla docenza presso l’Accademia Silvio D’Amico e la Scuola del Teatro Stabile di Torino. E non è tutto…cosa le piacerebbe fare ancora?

R.: Laboratori teatrali. Sono la mia passione. E non solo a beneficio di coloro i quali fanno il mio stesso mestiere. Casalinghe, impiegati, studenti, professionisti, basta essere appassionati o avere voglia di appassionarsi. Sapesse quanto può essere proficuo, per la vita di tutti i giorni, studiare recitazione.

 

Il mondo è davvero cambiato. E non solo in negativo, come molti vogliono credere, come a molti piace credere. In un tempo neanche tanto lontano, i migliori attori, le migliori attrici, sembravano inavvicinabili. Oggi aprono la porta della loro casa per fare teatro, si esibiscono in tutta la loro bravura negli stessi salotti e si rendono disponibili per insegnare al pubblico come interpretare – fino a diventare – quei personaggi che hanno fatto la storia e che, magari, possono cambiare la nostra.Il prossimo appuntamento a Casa Fenny, domenica 3 marzo, ore 20,00: “Mathilde” di Veronique Olmi, con Cinzia Damassa e Mario Mantero, regia di Roberto Cajafa (per info e prenotazioni f.fenati@libero.it o sulla pagina FB Casa Fenny)