Gaiole difende le origini del Chianti. Delibera unanime del Consiglio comunale contro le scelte degli altri sette sindaci dell’area

Il Manifesto dei sindaci del Chianti, firmato alla Certosa di Pontignano il 15 marzo del 1997  comprendeva 8 Comuni: Tavarnelle, Barberino, San Casciano, Greve in Chianti, Castellina, Radda, Gaiole in Chianti, Castelnuovo Berardenga. Era una scelta nata dalla volontà di valorizzazione della comune identità regolata da uno statuto che prevedeva che le decisioni di questa aggregazione fossero tutte prese SOLTANTO all’unanimità. Nel 2009, a dodici anni di distanza, la conferenza permanente degli otto sindaci del Chianti tornò a riunirsi per confermare questa visione e, successivamente, gli otto i sindaci decisero insieme di istituire la tassa di soggiorno. Un lungo percorso comune interrotto nel 2018. Il 5 ottobre 2018, infatti, sette di quei Comuni hanno deciso di escludere Gaiole in Chianti da questo percorso, e arbitrariamente hanno modificato lo statuto che li univa nonostante il voto contrario della stessa Gaiole. Oggi richiedono a Gaiole l’approvazione delle modifiche allo statuto della Conferenza Permanente dei Sindaci del Chianti approvato a maggioranza quindi inefficace in base alle regole fondative.Il Consiglio comunale di Gaiole, chiamato a pronunciarsi, non ha riconosciuto la validità di questo percorso e si è opposto nel metodo e nel merito. I consiglieri comunali di Gaiole hanno votato compatti all’unanimità una delibera che stabilisce di non procedere all’approvazione delle modifiche allo statuto della Conferenza Permanente dei Sindaci del Chianti e richiedere la revoca degli atti dei Comuni coinvolti e l’intervento per competenza della Regione.La delibera del Comune di Gaiole sarà inviato alla Regione affinché agisca e sospenda la procedura di richiesta di riconoscimento ufficiale del ruolo della Conferenza. Il Consiglio comunale si riserverà inoltre ogni azione ritenuta opportuna e necessaria per la tutela degli interessi del Comune di Gaiole.“Uno tra i principali valori fondativi che fecero del Patto di Pontignano un progetto di condivisione delle iniziative di sviluppo del Chianti – spiega il sindaco Michele Pescini – fu la prescrizione che tutte le decisioni dovessero essere assunte all’unanimità tra i Comuni sottoscrittori dell’accordo. Questa apparente limitazione, oggi presa a pretesto per cambiare una regola fondamentale, non ha impedito nel tempo il crearsi di condizioni favorevoli per portare avanti politiche del territorio e del turismo in modo condiviso, attraverso il dialogo e del reciproco rispetto, in una collaborazione fattiva tra pari”.“Quello che oggi viene richiesto è un passo indietro – prosegue Michele Pescini –  non rispetta le regole concordate e condivise, è illegittimo. Si tratta di una scelta che giudichiamo priva dei profili normativi che lo statuto impone: cambiare le regole di uno statuto che prevede decisioni all’unanimità, non può che farsi con un’espressione unanime della volontà di tutti gli 8 Comuni aderenti. Qualsiasi altra scelta presa a maggioranza contrasta con lo statuto vigente ed è quindi, a nostro parere, da respingere per manifesta contrarietà alla norma”.“Da dove nasce questa volontà di rottura? – prosegue il sindaco – Il contrasto non è formale, è profondo e di merito quando i rappresentanti di sette comunità vogliono far prevalere il concetto di identificazione e commistione tra le zone di produzione del vino Chianti Classico e il territorio del Chianti.Una scelta che contrasta con la verità storica e geografica e individua il “mercato” come regolatore sociale. La DOCG Chianti Classico definisce e protegge l’area di produzione di uno dei vini più famosi del mondo e il Consorzio del Chianti Classico è l’interlocutore di primaria importanza a cui tutti dobbiamo riconoscere il diritto e dovere di tutelare e proteggere la zona di produzione. Il nostro Chianti è fatto di persone, lavoro, bellezza, strade bianche e castelli, non solo bottiglie di vino e lo difenderemo come, questo sì, principio fondatore dei nostri paesi, uniti o da soli.  La nostra qualità di amministratori ci impone il rigoroso rispetto delle norme, della storia e della geografia e vogliamo ricordare che non ci risulta esistere un’indicazione formale del Chianti nella sua accezione di ‘territorio’, approvata da chi ne avesse titolo, se non quella riportata nel toponimo di alcuni dei comuni che ne fanno parte. Greve diventò ‘in Chianti’ nel 1972 solo dopo numerose richieste, avanzate al Ministero prima e alla Regione Toscana poi, che trovarono inizialmente la ferma opposizione dei tre comuni di Gaiole, Radda e Castellina in Chianti”.