Il personaggio del mese di agosto 2018:  Stefano Bernardini. Sarà “Sangallo” nel prossimo Bruscello di agosto. E’ un poliziano doc con tanti talenti artistici (canta, danza,recita e fa regia) ma il suo lavoro principale è insegnare la lingua francese per  mantenere le due figlie ancora studentesse. E poi ha tanti sogni nel cassetto :”se avessi tanti soldi- confessa -farei il giro del mondo. E acquisterei una casa molto grande, per riempirla di amici, con una dépendance, per ospitare anche chi una casa non se la può permettere. Ma non lascerei il lavoro. Magari aprirei una scuola di teatro e poi tanta beneficenza”.

Di Francesca Andruzzi

 

Nessuno ha ancora compreso come si formi un’onda anomala, poiché la sua altezza, che può arrivare fino a trenta metri e oltre, non trova spiegazione e giustificazione in natura. Stefano Bernardini somiglia molto ad un’onda anomala. Conosce i classici, anche se i suoi studi sono stati tecnici; canta, danza, recita e fa regia con il talento degno di un professionista, ma il suo lavoro principale – quello che gli consente di mantenere se stesso e due “splendide figlie”, da poco maggiorenni e ancora studentesse – è l’insegnamento della lingua francese, presso un noto Istituto scolastico di Chianciano Terme. Vive a Montepulciano, la nota cittadina dove si respira arte insieme al profumo del mosto, ma non vi è alcuno che non lo conosca in tutta la provincia del senese, per la sua passione artistica, che definire eclettica è quasi riduttivo, e per avere partecipato attivamente nelle produzioni delle molteplici compagnie teatrali che il fertile territorio ospita: Compagnia popolare del Bruscello e Arteatro per giocare in casa, ma anche Arrischianti a Sarteano, Semi d’Arte a Chiusi, Compagnia degli Assenti di Abbadia, Collitorti di Chianciano. Ha lavorato con registi professionisti, come Mauro Bolognini, Massimo Masini, Mario Zanotto, Patrizia Gracis, Philip Himmelmann, Francesco Micheli, Marina Bianchi, Caterina Panti Liberovici. Ha portato in scena, come cantante, attore, regista, Don Giovanni, Rumori fuori scena, Se il tempo fosse un gambero, Dieci piccoli indiani, West side story, L’opera da tre soldi, L’acqua cheta, Les liaisons dangereuses, Il malato immaginario, L’anatra all’arancia, Pollicino, Gli spiriti dell’aria, Il paese dei campanelli, Fools, Buonanotte Bettina, Arsenico e vecchi merletti, L’infinitamente piccolo. La sua partecipazione al Bruscello conta quasi cinquanta presenze (“da giovanissimo, le prove del Bruscello erano un modo per uscire la sera e dare sfogo ad una passione che a casa mia non è stata mai realmente compresa e supportata”). La sua voce è talmente bella quando incontra il pentagramma, che gli è valsa la partecipazione al gruppo vocale Setteottavi di Chiusi, la collaborazione con il gruppo corale Floss vocalis di Sinalunga, oltre ad essere membro della Corale Poliziana. Molti hanno potuto apprezzare le sue doti canore, anche perché Stefano Bernardini si è esibito, per oltre venti anni, come cantante di piano bar. Eppure, nonostante tanto talento, nonostante tanta bravura, nonostante l’altezza a livello artistico degna dell’onda che tanto gli somiglia, salta agli occhi la sua timidezza “che non è umiltà, perché chi si esibisce certo non può essere umile, ma timido sì, accidenti se lo sono, ma d’altra parte tutti gli artisti, anche quelli professionisti, nella maggior parte dei casi, sono timidi”.

D.: Tutti la conoscono in questo bel territorio, ma la nostra rubrica si propone di approfondire sul personaggio del mese, anche per incuriosire i lettori, diciamo così, extra districtum…che si staranno domandando come mai uno che canta, balla, recita e dirige altri attori, che mette in scena spettacoli teatrali di ogni genere, che è dotato di una indiscutibile e poliedrica bravura, abbia poi deciso di fare l’insegnante di francese per vivere….

R.: Magari solo l’insegnante…(sorride)…in realtà sono diventato di ruolo da pochi anni, non senza essere passato per il precariato. E in quel periodo gestivo l’azienda di famiglia, ho guidato il taxi, sono stato direttore amministrativo e operativo del Cantiere (Cantiere di Montepulciano ndr), la sera suonavo e cantavo nei piano bar e tanti altri lavori che neppure ricordo, ma tutti erano finalizzati a non fare mancare nulla alla mia famiglia. Poi sono passato di ruolo, non senza passare anche per la separazione da mia moglie. A quel punto mi sono per così dire… ridimensionato. Non avendo più l’ansia della conferma o meno, all’inizio dell’anno scolastico, del lavoro di insegnante, ho ceduto l’azienda di trasporti del babbo, che nel frattempo era purtroppo mancato, e mi sono dato maggiormente ai miei alunni. Sul perché non ho dedicato esclusivamente la mia vita all’ambito artistico, penso di avere in parte risposto. Mi sono sposato nel 1996 e nel 2000 avevo già due figlie. Le responsabilità verso di loro non potevano consentirmi di scegliere radicalmente verso un settore che non garantisce una stabilità economica. E poi, per dirla propria tutta….io sono un buono! Credo nel lavoro di squadra, sono generoso con i miei colleghi, non sgomito, non ho smanie di protagonismo…chi conosce bene questo ambito starà pensando ora…sarà pure bravo, ma messo così, dove pensava di arrivare?!? Il mondo dello spettacolo è un poco come Grimilde. Bello…ma cattivo.

D.: Professore di lingua francese presso un noto Istituto di Chianciano Terme, lo abbiamo detto. Nel corso di questi anni di docenza, come ha visto cambiare i suoi alunni e quale cambiamento riterrebbe necessario alla scuola di oggi?

R.: Premetto di non essere pessimista, solo realista. Vedo i problemi, ma non ci piango sopra, cerco di affrontarli e risolverli. Quindi, se le dico che sono peggiorati, non vorrei essere frainteso. E peggiorati con una progressione esponenziale, di pari passo con il progredire di una tecnologia, utilissima in sé, per carità, ma che li ha fagocitati, che ha tolto loro la curiosità, il pensiero critico. Sono anche allenatore di pallavolo, quindi seguo i ragazzi sia sui banchi di scuola che nelle attività ludiche, a tutto tondo potrei dire, ma sono diventati…spenti, un po’ come Gli sdraiati di Serra. Sono anche dicotomici. Fragili nella sostanza, arroganti nella forma. Ma come le dicevo, non guardo a questo fenomeno con pessimismo. Nelle mie lezioni dedico molto tempo a quelli che i miei allievi chiamano i predicozzi. In realtà l’appellativo è un altro, ma “predicozzi” rende ugualmente l’idea…Cerco di insegnare loro non solo la lingua francese, ma anche i pericoli che si nascondono nell’abuso di alcool, nell’uso di droghe, nella mala gestione della sessualità. Sono preoccupato, ecco, questo è il termine esatto. I miei alunni, forse, non mi amano molto durante il corso di studi; però molti di loro, quando lasciano la scuola e mi incontrano, magari per caso, mi ringraziano anche per avere preteso che si alzassero al mio ingresso in aula o per avere dato un brutto voto. Come dice quell’antico proverbio…forse è vero che chi ti fa piangere prima, ti fa ridere poi. Sulla scuola che dirle…la cosiddetta “buona scuola” ha fallito, questo è un dato indiscutibile. Ritengo vi sia urgenza di tornare ad una scuola di formazione, ove si insegni il pensiero, la logica. Ci siamo asserviti ad un modello di scuola finalizzata solo alla ricerca di un lavoro. La scuola deve anche formare le coscienze. Altrimenti rischia di partorire robot e non persone. 

D.: I suoi allievi conoscono bene la sua passione per il teatro. Avere un insegnante attore, regista e pure cantante, sia pur a livello amatoriale, ma con risultati che nulla hanno da invidiare ad attori, registi o cantanti professionisti, quanto pensa possa incidere positivamente sulla loro vita futura?

R.: Credo molto, perché mi sono sempre impegnato, anche nelle ore extra scolastiche, ad appassionare i miei allievi al teatro, all’arte in generale. Però, per quanto le dicevo prima, fino a dieci anni fa era tutto più semplice. I miei alunni portarono in scena Molière, in francese, e capendo perfettamente il significato di ogni battuta. Poi sono arrivati gli smartphone, che sono diventati appendici dei loro corpi, anziché strumenti utili ad allargare le conoscenze. Ed è divenuto difficile, se non impossibile ripetere quegli esperimenti di crescita. 

D.: La conoscenza delle lingue straniere è divenuta imprescindibile nella formazione scolastica dei giovani, soprattutto per quelli che frequentano un Istituto come quello dove lei insegna. Pur vero, però, che, secondo recenti studi, la maggior parte dei giovani e giovanissimi ha serie difficoltà nell’apprendimento della lingua italiana. In una società sempre più globale, quale è, secondo lei, la ricetta per far sì che non venga dimenticata l’importanza della lingua nazionale?

R.: La povertà di linguaggio corrisponde alla povertà di pensiero. Spesso entro in contrasto con qualche mio collega che sostiene, convinto, che dovremmo interagire con gli alunni utilizzando maggiormente la tecnologia. Io non sono d’accordo. Per appassionarli alla lingua francese, ho utilizzato i fumetti, che per me furono fondamentali nell’apprendimento del linguaggio d’oltralpe. Purtroppo le generazioni che oggi frequentano le scuole superiori, dai licei agli istituti tecnici – ho fatto esperienze di insegnamento in entrambe – non leggono libri e, soprattutto, sono carenti sui fondamentali. Hanno frequentato le classi elementari senza ricevere gli insegnamenti di base, quelli che restano per una vita. Così oggi il loro cervello non è pronto ad assimilare concetti più complessi e a contrastare i pericoli che si annidano nello smartphone, nell’alcool, nel fumo. Bruciano le tappe, proprio perché non posseggono quel discernimento che dovrebbe convincerli del fatto che c’è un tempo per tutto, proprio ciò che mi sono sempre sforzato di insegnare alle mie figlie, che hanno avuto la fortuna di avere due genitori attenti, anche se divorziati da molti anni. A molti manca la famiglia, anche se i genitori sono ancora insieme. Per i ragazzi gli adulti, in modo particolare le figure familiari, sono l’ago della bilancia, rappresentano l’equilibrio. Se i figli sono in buona parte assenti a livello cognitivo, è perché sono assenti queste figure di riferimento. Potrà sembrare retorica, ma le assicuro che il vero male di questa società si nutre della involuzione dell’affettività e della evoluzione della tecnologia. Se alla ricchezza di informazioni non corrisponde la capacità dell’individuo di saperla metabolizzare e utilizzarla dopo aver operato un discernimento interiore, tanto varrebbe essere più poveri… 

D.: Una analisi del problema indiscutibilmente passionale. I suoi allievi possono dirsi fortunati….

R: Cerco solo di impegnarmi al massimo per la loro crescita interiore. Conoscere alla perfezione una lingua e poi non sapere parlare, nella stessa lingua, anche con il cuore, vale poco…Fare il professore, diciamo la verità, non è come lavorare in miniera. Può essere una attività scarsamente stancante se ridotta all’essenziale. Il vero sforzo, il vero sacrificio e l’impegno massimo stanno nel cercare di rendere alla società delle persone sempre migliori. 

D: Indiscutibile, visti i suoi successi e la sua bravura quale attore e regista, la passione che infonde in quello che potremmo definire il suo secondo lavoro. Ma il termine passione ha un doppio significato. Quali sofferenze le ha procurato l’amore per l’arte?

R.: La frustrazione di non essere stato capace di fare il salto. Spesso, come si dice, me la sono raccontata, mi sono autoassolto, giustificato. Credo di essere un poco… vigliacco!

D.: Una definizione di sé un po’ troppo severa. Magari ha solo avuto paura…

R.: Sono severo con gli altri perché sono severo con me stesso. Sì, forse ho avuto paura. I salti nel buio non fanno per me e, comunque, credo non siano adatti per tutti quelli che hanno la responsabilità di una famiglia. 

D.: Non solo recitazione, regia e canto, ma anche la danza tra le sue doti artistiche, al punto da divenire protagonista indiscusso, da moltissimi anni, del Bruscello poliziano. Parliamo della edizione 2018 di questa bella rappresentazione, quest’anno dedicata ai 500 anni dalla edificazione di San Biagio. Dall’11 agosto prossimo, vestirà i panni di Sangallo, l’architetto progettista. Cosa pensa del suo personaggio?

R.: Non è il personaggio principale, pur rivestendo un indubbio peso, in quanto la bella costruzione è opera sua dal punto di vista architettonico. Ma la realizzazione è stata resa possibile grazie all’impegno e alla generosità dei poliziani, uno in particolare, l’altro protagonista del Bruscello 2018, Toto. In questi giorni iniziamo le prove, ma posso dire che il mio personaggio era fermamente convinto di arrivare a Dio attraverso l’arte e anch’io sono convinto che l’arte accresca la dimensione spirituale, anche se quando penso all’arte, penso al passato. Al giorno d’oggi, trovo che le forme artistiche si siano asservite al denaro, al potere, all’egocentrismo. Per quanto riguarda il Bruscello, mi piacerebbe che esso ritrovasse  una maggiore originalità, nel senso di legame con le sue origini  . Ma rappresenta, comunque, l’immenso impegno delle tante persone che si prodigano per mantenere viva questa bella tradizione popolare. 

D.: Altro evento di indiscutibile importanza della vita artistica poliziana è il Cantiere d’Arte. Lei ha detto che il Cantiere le fornisce, ogni anno, “la possibilità di dare concretezza alla grezza passione artistica”. Non può non sapere di essere molto più bravo di tanti attori, cantanti e registi professionisti. Ma allora, definire “grezza” la sua passione è una botta di umiltà o solo una cautela dettata dal rimpianto per non avere fatto di questa passione il suo unico sbocco professionale?

R.: Niente di tutto ciò. Sono timido, ma non umile. Il Cantiere è stata la mia occasione di perfezionamento. Mi ha fornito l’occasione di lavorare e apprendere molto grazie al contatto con professionisti del calibro di Massimo Masini. Mi faceva ripetere una battuta anche per un’ora di seguito. Le passioni nascono grezze e poi crescono, si perfezionano, con lo studio e con l’impegno.

D.: Tra i suoi allievi in ambito scolastico, le capita mai di osservare per scoprire se tra essi si nasconda qualche talento naturale in ambito artistico?

R.: Assolutamente sì. Come le dicevo prima, ho spesso coinvolto i miei allievi negli spettacoli teatrali che ho diretto e qualcuno è stato anche “scoperto” in quelle occasioni. 

D.: Ha diretto e interpretato ogni genere teatrale. Quale preferisce e perché…

R.: Sicuramente il musical è quello che più mi appartiene. So fare benissimo niente e benino quasi tutto (sorride), proprio ciò che serve nel musical, dove si recita, si canta, si balla, di tutto un po’. Da bambino rimanevo incantato a guardare Fred Astaire e Ginger Rogers… 

 

D.: Nel 2016 la regia di Lisistrata di Aristofane, al Teatro Arrischianti di Sarteano. Per sua stessa ammissione, ha trasfuso un poco de Un trapezio per Lisistrata di Garinei e Giovannini. Pensando a questi ultimi due grandi, ha mai avuto voglia di una rivisitazione di Aggiungi un posto a tavola o di Rugantino?

R.: E come no! Aggiungi un posto a tavola è sempre stato il mio sogno. Ma le scenografie sono piuttosto impegnative e quindi costose. Per quanto riguarda Rugantino, le dico subito di no. Richiede non solo la capacità di parlare in dialetto romanesco, e per questo, magari, non avrei problemi, ma proprio una romanità che hanno solo i romani de Roma… e non tutti. 

D.: Torniamo ad Aristofane e a Lisistrata. Per coloro i quali non conoscano alla perfezione i classici, un piccolo riferimento alla storia, che possiamo sinteticamente ridurre allo sciopero del sesso della comunità femminile, per far desistere gli uomini dai propositi di guerra. Secondo lei, per una buona riuscita del rapporto di coppia, l’unione materiale deve corrispondere a quella spirituale?

R.: In una coppia, soprattutto giovane, il sesso è una componente di assoluta importanza, ma nello stesso tempo non può prescindere da una complicità sentimentale. Almeno per me è così ed è sempre stato così. L’attrazione fisica fine a se stessa si risolve in una ginnastica; piacevole, per carità, ma priva di sbocchi progettuali. 

D.: Allora parliamo di sentimenti. Quanto ha contato la figura femminile nella sua vita e che rapporto ha avuto e ha con le donne, sia in teatro che nella vita privata?

R.: Molto, per me le donne contano moltissimo. Ho avuto una madre molto presente, a volte troppo presente, al punto da diventare incombente, anche difficile, ma mi ha fatto comprendere quanto le donne possano essere importanti nella vita di un uomo. E poi non c’è stato un momento della mia vita passata in cui non sia stato innamorato, anche quando non ero corrisposto. Era una specie di stato di grazia e mi dispiace che ultimamente non sia più così. Dopo la fine del mio matrimonio con la donna che ho amato di più nella vita e che mi ha dato una splendida discendenza, non mi è più capitato di innamorarmi. Ho avuto altre storie con donne alle quali ho voluto molto bene, ma innamorarsi è un’altra cosa, implica un desiderio di progettualità. Così ho riversato sulle mie figlie questa mancanza, al punto di diventare anche un po’ assillante. A differenza di quando erano molto piccole, Anna ed Emma oggi si augurano che io trovi una mia situazione sentimentale, non fosse altro… per avermi meno tra i piedi! Quest’anno ho fatto anche una piccola vacanza da solo, tre giorni al mare, per ritrovare me stesso, per capire e capirmi, anche se la solitudine non è stata perfetta, visto che il telefono portatile non consente di isolarsi del tutto. Per quanto riguarda le donne in teatro…che dirle…come si fa senza le donne?!? Sono indispensabili, magari capricciose, ma imprescindibili. Io con le donne sto bene, i miei migliori amici sono…donne! e poi c’è mia sorella Paola, che adoro. 

D.: Ma quali qualità la attirano maggiormente in una donna e da quale di queste ritiene non poter proprio prescindere nella scelta di una compagna di vita?

R.: Vede, mi sono pazzamente innamorato di mia moglie, che mi ha conquistato dicendomi che le piacevo… per come ero. Con questa affermazione, ricca di accettazione e gratificazione, mi ha conquistato, addirittura stregato. Dolcezza, accoglienza, accettazione. Ecco cosa mi conquista. Non posso prescindere dalla dolcezza e l’accoglienza è contenuta in essa, come l’ascolto. E poi l’onestà. Io sono un libro aperto, non nascondo nulla, neanche i miei difetti. Non mi piace una donna che, per entrare nella mia vita, finga di essere un’altra e poi cerchi di cambiarmi. Il mio matrimonio è finito quando si è spezzato questo incantesimo e da allora non mi è capitato di incontrare una donna che mi abbia fatto sentire accolto o forse non me ne sono accorto. 

D.: Proprio lei, che chiede accettazione, ha difficoltà ad accettare la fine di un amore?

R.: Forse è proprio così, ma rispetto la decisione della madre delle mie due figlie, anche se a malincuore…. Per me il matrimonio è indissolubile e quando mi sono sposato, ho creduto fermamente in quel “per sempre”. 

D.: Come figlio, come marito, anche se divorziato, e come padre, sente di non avere lasciato nulla di intentato o pensa di aver commesso qualche errore fondamentale?

R.: Con le mie figlie sono sicuramente troppo debole, troppo presente, quasi assillante. Come marito, non lo so, ma forse anche dare, dire e fare troppo può essere un errore. Ero talmente innamorato di mia moglie che se errori ho commesso, non me ne sono accorto. Come figlio? Ho ceduto troppo, sono stato un po’ vigliacco, anche in questa veste. Ma fin da piccolo ho sentito il peso delle responsabilità. Mia madre ancora mi rimprovera per non avere accettato un posto in banca. Però penso di avere accontentato tutti. In fondo ho portato avanti l’azienda del babbo fino a quando è stato possibile e sono diventato un insegnante, come mia madre. Rimpiango solo di essere stato “figlio” per troppo tempo.

D.: Amore, famiglia, amicizia, lavoro, passione artistica. Far convivere in armonia tutti questi aspetti. Qual è la ricetta?

 R.: Se c’è una ricetta allora io non sono un bravo cuoco! Forse è per questo che la mia vita privata ne ha risentito. Ho dato all’amicizia una importanza fondamentale e magari, per questo motivo, alcuni componenti della mia famiglia si sono sentiti messi da parte. 

D.: A proposito di ricette…dicono di lei, invece, che in cucina sia un ottimo chef…se dovesse preparare una cena per queste tre occasioni: incontro romantico, incontro post rappresentazione teatrale per la compagnia, incontro amicale tra soli uomini, come differenzierebbe i menu?

R.: Per un incontro romantico preparerei un antipasto di bresaola e rucola, una torta salata di salmone e porro, una pasta al forno con formaggi, un petto di pollo alla valdostana e l’immancabile tiramisù, che è il mio dolce preferito. Cena dopo teatro? Tutto freddo, tutto già pronto: crostini, salumi, uova ripiene e un rotolo di carne con frittata e prosciutto cotto. Tutti uomini? Qualcosa di conviviale, come una fonduta. 

D.: Da pochi giorni è mancato Roberto Carloncelli, il direttore artistico della Fondazione Orizzonti di Chiusi, a soli 58 anni. Se avesse la possibilità di poterlo incontrare ancora, magari per un’ultima volta, cosa vorrebbe dirgli? E la morte, che ricorda a tutti noi l’ineluttabilità del passaggio da questa dimensione ad un’altra del tutto ignota, quali sentimenti le suscita?

R.: A Roberto direi che ho ammirato la disponibilità con la quale ha condotto il lavoro negli ultimi anni, resi difficili dalla malattia e anche per questo lo ringrazierei. Un esempio per tutti noi. Da credente, poi, sono profondamente convinto della esistenza di una dimensione ulteriore rispetto alla vita terrena. E’ sempre stata la consapevolezza della mia vita, il senso della mia vita. Spero di superare presto questo mio stato attuale di sfiducia, poiché non vorrei si trasformasse in apatia spirituale. 

D.: Vizi e virtù, rimpianti e rimorsi. Potendo, cosa cambierebbe di sé e del suo passato?

R.: Spesso mi accusano di essere polemico….

D: …quindi…vivo?

R: (sorride)…sì, anch’io la penso così. La polemica per me è confronto, ma frequentemente viene vissuta come critica preconcetta. Tra le mie virtù? Credo la bontà. E poi il rimpianto di non essere stato un buon cattolico. Che poi è anche un rimorso. Ah, mi lasci dire che sono anche troppo rigido nei miei confronti, ma magari si è capito…. 

D.: Torniamo alla sua “grezza” passione. Dopo il Bruscello, quali progetti artistici ha in mente, anzi, sarebbe meglio dire alla poliziana maniera…in “cantiere”? 

R.: Tanti e nessuno. Comunque vorrei sempre continuare a lavorare nei gruppi in cui sono cresciuto. Per me l’arte rappresenta un motivo per stare insieme alle persone, amici e non. E poi c’è sempre il sogno di Aggiungi un posto a tavola…. 

D.: Qualche giorno fa, il fenomeno della luna rossa ha tenuto con il naso all’insù mezza Italia…e poi l’acqua su Marte, lo studio dei buchi neri, le ipotesi sulla presenza di altre forme di vita nell’universo. Quando pensa a tutto ciò, compreso il fatto che il nostro bel pianeta è sospeso in mezzo a tanto infinito…. 

R.: Sento di essere infinitamente piccino…. 

D.: Da credente e da uomo, come pensa vivrebbe una apertura del sacerdozio alle donne?

R.: Ne sarei felice. Mettere sull’altare qualcuno…è un modo di dire per rappresentare l’importanza di un soggetto. Il cattolicesimo ha fatto del genere femminile il centro. Perciò sarei molto favorevole a vedere una donna sull’altare e non solo in senso figurato. 

D.: E’ ancora un uomo giovane, ma comunque vive una età in cui un bilancio, sia pur parziale, è inevitabile. C’è una persona che vorrebbe ringraziare per aver avuto nella sua esistenza un peso di indiscutibile importanza?

R.: Mia sorella Paola, che è l’immagine del significato più alto di presenza. Il mio porto sicuro.

D.: Con la sua intervista la nostra rubrica compie due anni. Nell’agosto 2016, il primo “personaggio del mese” fu Marco Giannotti, direttore del Bruscello, come dire che con Montepulciano abbiamo iniziato e con Montepulciano festeggiamo un biennio ricco di soddisfazioni. I nostri lettori più affezionati sanno che l’ultima domanda è sempre fantastica e nel suo caso non faremo eccezione. Ebbene, domani, al suo risveglio, scoprirà di avere vinto una bella cifra, di quelle che potremmo definire…da capogiro.  Quale sarà la prima destinazione di parte di tutto questo denaro?  

R.: Sembrerà scontato, ma farei il giro del mondo. E acquisterei una casa molto grande, per riempirla di amici, con una dépendance, per ospitare anche chi una casa non se la può permettere. Ma non lascerei il lavoro. Magari aprirei una scuola di teatro e poi tanta beneficenza. Ah, dimenticavo, mi regalerei una motocicletta…sempre che le mie figlie mi diano il permesso!