Il personaggio del mese di dicembre 2018: il “chiusino Doc”Gianni Poliziani neo direttore artistico della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi. “ Con la Fondazione annuncia – ho intenzione di portare a segno un progetto di rivitalizzazione del borgo, collegando il teatro alle bellezze architettoniche e alle persone che vivono lì. I membri del Consiglio sono stati scelti con oculatezza, anche in vista di questa rinascita, come Marco Fè. Seguirò la strada che Roberto Carloncelli aveva iniziato ad asfaltare e perciò coinvolgerò le realtà locali all’insegna dello slogan “Partecipazione”.

di Francesca Andruzzi (la foto in bianco e nero è di Vittoria Fenati Morace)

Recente la nomina a Direttore artistico della Fondazione Orizzonte d’Arte di Chiusi per l’omonimo Festival (nato, anni fa, da un’idea di Manfredi Rutelli) e per la gestione del Teatro Mascagni. Gianni Poliziani è, perciò, “l’erede” del compianto Roberto Carloncelli, prematuramente scomparso l’estate scorsa. Attore, regista, doppiatore, chiusino “doc” – come ama definirsi – classe 1962, negli anni ’80 frequenta la Scuola di teatro nell’ambito del Cantiere Internazionale dell’Arte di Montepulciano, tenuta da Massimo Masini, con il quale ha iniziato e maturato un intenso rapporto di collaborazione. Allievo di Mario Valgoi e Franco di Francescantonio, collabora con loro in numerosi spettacoli, senza farsi mancare personaggi del calibro di Anita Bartolucci, Anna Menichetti, Pietro Montandon, Ginella Bertacchi, Francis Pardeilhan e Roberto Chevalier. Datata è anche la sua amicizia con Manfredi Rutelli, con il quale ha lavorato ed è attualmente impegnato (quale membro del Direttivo, nonché in veste di attore), nell’ambizioso progetto che ha dato vita, proprio quest’anno, al Teatro Caos di Chianciano Terme. Cechov, Pirandello, Goldoni tra i classici che ha portato in scena nel corso della sua lunga carriera artistica, alla quale ha deciso di dedicarsi in maniera assoluta, rinunciando ad un lavoro cosiddetto “sicuro”, grazie anche al sostegno e all’appoggio della moglie Daniela. Lo abbiamo visto, nel 2017, esibirsi proprio sul palco del Festival Orizzonti di Chiusi in “Oleanna”, di Mamet, con la regia di Carloncelli. E’ stato docente esterno di teatro per ragazzi, con numerose partecipazioni al Centro Studi Pirandelliano di Agrigento. E con un curriculum di questa portata, lo troviamo all’interno proprio del Teatro Mascagni, nella sua amata Chiusi, incredibilmente intento a seguire i lavori di restauro, in vista dell’inizio della stagione artistica che verrà presentata al pubblico il 4 dicembre prossimo, alla presenza del Sindaco, Juri Bettollini, e delle altre autorità locali che tanto si impegnano per mantenere alta l’attenzione della popolazione residente e dei numerosi turisti, proprio sulla cultura del teatro. Il sorriso è sincero e parlando con lui si prova la sensazione di averlo sempre conosciuto. E’ accogliente, simpatico, modesto, spiritoso, riflessivo, colto, ma mai saccente. Praticamente…un antidivo!

D.: Come sta vivendo questo momento che la vede non solo attore impegnatissimo, come sempre, ma anche Direttore Artistico della Fondazione e del Festival Orizzonti?

R.:  E’ indubbiamente un momento particolare della mia vita, bellissimo, non c’è dubbio, ma ogni esperienza non è mai assoluta. Anche la felicità porta in sé elementi contrastanti. Quando penso che questa mia nomina, che pur mi rende felice, è stata preceduta dall’assenza a di Roberto (Roberto Carloncelli, ndr), sento dentro di me tutto lo sconforto per la perdita dell’amico, del grande artista. Poi mi fermo a pensare che devo raccogliere questa eredità nel migliore dei modi, con tutto l’impegno, senza che vada perduto tutto l’ottimo lavoro da lui iniziato e senza il quale molto non sarebbe stato possibile. E poi, in questa nuova esperienza, posso contare sull’appoggio non solo della mia famiglia, dell’Amministrazione comunale, e mi lasci ringraziare il Sindaco Juri Bettolini, persona di grande sensibilità, ma su quello di molti colleghi che sono soprattutto amici. Senza che gli altri si sentano esclusi o si dispiacciano, perché il mio pensiero di gratitudine va a tutti, vorrei però potere citare espressamente Francesca Fenati e Stefano Bernardini, amici sui quali ho appoggiato i miei momenti di sconforto e che mi hanno sempre sostenuto.

 

D.: Tutti questi impegni la porteranno ancor più lontano da casa. Il nuovo teatro di Chianciano, quello di Montalcino e poi Chiusi, con la direzione artistica della Fondazione e del Festival.  La reazione di sua moglie alla sua, se possibile, maggiore assenza?

R.: (sorride)…ha detto bene…se possibile! E quando mai Daniela mi ha visto in casa?!? Certo, ora ancor meno, ma ho sposato una donna speciale. E poi, per dirla tutta, è stata proprio lei a spingermi, a supportarmi, a comprendermi in tutta la mia carriera artistica, soprattutto quando ho pensato di dedicarmi ad essa full time. Senza Daniela, me lo lasci dire, tutto ciò non sarebbe stato possibile.

 

D.: Parliamo un poco di Chianciano e del nuovo teatro. Secondo lei, potrà contribuire ad una rinascita della bella cittadina?

R.: Con Manfredi Rutelli come Direttore, la risposta appare scontata. E poi bisogna ricordare il coraggio dell’Amministrazione chiancianese, che ha deciso di investire proprio in un settore vittima di tagli alla spesa pubblica. L’Associazione L.S.T. (Laboratorio Stabile Teatrale), gestirà la stagione teatrale 2018/2019 e spero proprio che in futuro possa gestire lo stesso Teatro. Il programma è già stato reso noto, addirittura iniziato, è ricco, interessante, sono certo che porterà molte soddisfazioni.

 

D.: Lei è un chiusino “doc”. Quando pensa alla sua città, cuore della civiltà etrusca e quindi della cultura, cosa vorrebbe in più?

R.: Io sono nato nel borgo, il centro storico, e vorrei rivederlo come era allora, vivo e vitale. Pensi che all’epoca contava ben cinque esercizi di barberia! Oggi è ben tenuto, molto curato, ma non vivo come una volta. E con la Fondazione ho proprio intenzione di portare a segno un progetto di rivitalizzazione del borgo, collegando il teatro alle bellezze architettoniche e alle persone che vivono lì. I membri del Consiglio sono stati scelti con oculatezza, anche in vista di questa rinascita, come Marco Fè, che oltre alla sua cultura e datata esperienza, mette a disposizione il suo essere un profondo conoscitore dell’animo umano. Anche per questo motivo ho accettato l’incarico di Direttore Artistico, grazie ad un Consiglio composto da persone competenti e motivate. I “direttori” non vanno lontano da soli.

 

D.: Indubbiamente un bel progetto, ma torniamo per un attimo alle origini: quando è nata in lei la passione per la recitazione? E chi l’ha sostenuta di più nel faticoso percorso di artista?

R: Artista si nasce, non è una vera e propria scelta. Altrimenti sarebbe impossibile sostenere la fatica delle prove in tarda serata, dopo una giornata di lavoro, in ambienti freddi e scomodi. E proprio queste esperienze faticose operano una selezione naturale: chi è nato artista resta, quelli che scelgono di fare gli artisti… lasciano. Molti hanno iniziato con me e non hanno resistito. Certo, anche il sostegno esogeno è importante. Io devo ringraziare principalmente i miei genitori, anche perché il mio babbo era un attore! Abbiamo anche recitato insieme in un paio di lavori.

 

D: Torniamo al Festival Orizzonti. Ci può dare qualche anticipazione sulle future strategie del direttore artistico di fresca nomina?

R.: Seguirò la strada che Roberto Carloncelli aveva iniziato ad asfaltare e perciò coinvolgerò le realtà locali all’insegna dello slogan “Partecipazione”. L’ho già dichiarato in altre interviste e non me lo rimangio. Vorrei un Festival dove i negozi di alimentari si occupino della ristorazione degli attori e non solo, dove i barbieri e parrucchieri curino il trucco e parrucco, e poi un Festival tutto il giorno e in ogni luogo, come lo aveva pensato Manfredi Rutelli, l’ideatore. Laboratori, letture, monologhi, concerti, corali, tutti sparsi nella mia bellissima cittadina, in ogni piazza, in ogni angolo caratteristico, dal mattino fino a sera. Come vede, porterò avanti queste belle idee che non sono mie, ma alle quali sarebbe stato un delitto rinunciare, in nome di una fatua smania di protagonismo. Un sogno tutto mio, a dire il vero, c’è. Si tratta del “teatro 23”, per i nottambuli. Che dice, le basta come anticipazione?

 

D.: Direi che avanza! Ma cambiamo per un attimo argomento. Nella edizione del Festival 2017, firmato Roberto Carloncelli, lei portò in scena Oleanna. Sul tema della violenza sulle donne, come pensa si possa risolvere questa vera e propria piaga quotidiana?

R.: Ho letto che anche in Toscana è in crescita il numero dei casi di femminicidio. E mi dispiace moltissimo. Fino a poco tempo fa pensavo che la mia bella terra fosse e comunque potesse restare immune. Io ricette non ne ho, però mi lasci dire che l’unica speranza è l’educazione delle nuove generazioni al rispetto. Parlo dei piccoli uomini di oggi, anche quelli che ancora sono all’asilo, che frequentano le scuole. Ecco, penso che su di loro occorra lavorare per debellare ogni forma di violenza di genere, e non solo.

 

D.: Viriamo nuovamente e torniamo al teatro. Immagino abbia un autore preferito….quale e perché?

R.: E me lo chiede? Pirandello, sempre e comunque. Il perché è scontato. Parla di noi, un riscontro continuo. Mi piacerebbe fosse maggiormente studiato in ambito scolastico. Vede, se si riuscisse ad appassionare i giovani con un autore come Pirandello, molti di essi potrebbe sentirsi attratti dal teatro. Occorre appassionare gli studenti perché è la passione che muove gli animi. Se ripenso al mio primo Maestro, Anacleto Peccatori, regista di commedie in vernacolo, ancora oggi sento dentro di me quel sentimento di gioia e divertimento che sapeva comunicarmi, anche con la sua severità.

 

D.: Cosa ama di Cosimo, il protagonista di Tacabanda, spettacolo che interpreta da tempo con grande successo?

R.: Mi piace questa domanda, lo sa? Perché io in Cosimo mi rivedo. E’ un uomo che sa riconoscere le proprie responsabilità, qualità rara al giorno d’oggi. Certo, all’inizio è un poco sbruffone, ma riesce a cambiare…

 

D.: La compagnia teatrale è un poco come una famiglia. Come regista, preferisce dirigere attori o attrici?

R.: Non penso sia una questione di genere, credo che una buona sintonia dipenda maggiormente dalla confidenza. Posso dirle, però, quello che i miei compagni di teatro dicono di me in quella veste…che sono pignolo, ed è vero. Credo dipenda da come sono stato educato. Mario Valgoi è stato il mio maestro e mi faceva ripetere la stessa scena anche cento volte! Ma io preferisco fare l’attore…

 

D.: Prima di ogni rappresentazione, ha un suo personale rituale scaramantico?

R.: Necessario il rituale scaramantico, anche per una resa migliore sul palcoscenico! Personalmente, prima di entrare in scena, mi guardo allo specchio e mi incoraggio da solo.

 

D.: A cosa o a chi non potrebbe rinunciare?

R: Alla famiglia, che mi sostiene e mi ha sempre sostenuto. L’ho detto prima, se faccio ciò che faccio, se sono quel che sono, lo devo a mia moglie.

 

D.: Crede nella dimensione spirituale dell’essere umano?

R.: Sì. E Credo nell’aiuto…sopra di me.

 

D.: Domanda “fantastica”… le propongono di dirigere Paola Borboni, Manuela Kustermann e Pamela Villoresi, tutte e tre insieme. Quale pièce sceglierebbe per queste tre grandi attrici? Domanda fantastica perché la prima non è più tra noi. Magari arriverà veramente quel giorno per le altre due….

R.: (si copre il volto con le mani) Oddio, prima di tutto le dico che la cosa mi metterebbe pensiero! Ma sa che la Borboni … io l’ho conosciuta, mi incuteva timore da ragazzino e sono sicuro che mi farebbe lo stesso effetto anche adesso. Naturalmente mi agiterei anche per le altre due bravissime attrici. Allora, dal momento che la domanda è fantastica, mi concentro e rispondo…le vorrei tutte in una rappresentazione che mettesse la donna al centro di tutto, un po’ come poi è o dovrebbe essere anche nella vita. Perciò, credo sceglierei “Tre sorelle” di Cechov…però mi dovrebbero dare retta!!!