Il personaggio del mese di giugno 2018 : a Montepulciano dirige un piccolo teatro con spettacoli improntati sempre a un messaggio sociale; lei, Emanuela Castiglionesi, è convinta che il teatro possa rappresentare “uno stimolo a ritrovare un impulso di vita. Sul palco va in scena la vita e guardarsi nello specchio aiuta a riconoscere i propri pregi e i propri difetti”

Di Francesca Andruzzi

Incontriamo Emanuela Castiglionesi nel teatro della Associazione “Arte da Parte” a Montepulciano. E’ un piccolo teatro che lei stessa dirige, ma il suo cuore è grande, il suo sorriso aperto e rassicurante,  gli spettacoli che qui vanno in scena sono sempre improntati ad un messaggio sociale, perché Emanuela, oltre ad essere attrice di prosa, ha un diploma da dirigente di comunità ed è molto attenta alle tematiche che riguardano la società civile. A dispetto di un fisico da femme fatale, sfodera una voce dolce e accogliente. Si dichiara forte, ma al tempo stesso fragile, innamorata della vita – anche se la vita non è sempre stata tenera con lei – e del suo compagno, anch’egli attore, accanto al quale sta vivendo una relazione sentimentale e professionale profondamente appagante, nonostante la differenza di età tra i due. Dimostrazione che l’amore vero non conosce confini e impedimenti, pronto a sfidare ogni pregiudizio. Dimostrazione che l’amore è apertura e accoglienza, come quella che Emanuela Castiglionesi dichiara di voler offrire a tutte le Compagnie che non possono permettersi un teatro. “Arte da Parte” –  afferma – “mette a disposizione di tutti questo piccolo palco, per rappresentazioni o laboratori. Qui c’è posto per tutti”.  

D.: Parliamo un poco delle sue origini umbre, ternane per l’esattezza, anzi, per essere più precisi, lei nasce a Narni. Cosa ricorda della sua terra e cosa l’ha portata in questa di pari beltà?

R.: A dire la verità dell’Umbria ricordo ben poco. A Narni sono nata, è vero, ma i miei genitori si trasferirono subito dopo la mia nascita a Roma. Così posso dire che nella Capitale sono cresciuta al punto di sentirmi romana a tutti gli effetti. Poi nel 1989 i miei decidono di trasferirsi a Montepulciano e per essere più vicina a loro, fino alla fine, poiché entrambi non ci sono più, anch’io lasciai Roma, anche se, all’inizio, con un po’ di dolore nel cuore. Mi mancava Roma, è una città splendida e indimenticabile. Mi mancavano anche i difetti, il traffico, i rumori. Poi, col tempo, ho imparato ad apprezzare questi luoghi maggiormente a misura umana. Io che amo scrivere, poiché sono anche autrice dei miei spettacoli, qui ho trovato la concentrazione necessaria.

D.: Lei è un’attrice di prosa e il suo curriculum è di tutto rispetto. Perché ha scelto il teatro popolare con un occhio al sociale?

R.: Diciamo che ho fuso i miei studi di sociologia e criminologia con la passione per il teatro, cercando di rendere quest’ultimo un vero e proprio messaggio soprattutto per le nuove generazioni, che hanno necessità di essere educate all’arte. Io sono una idealista e soffro nel vedere la confusione che connota i nostri tempi. Mancano gli ideali, la gente ha smesso di lottare per i propri diritti. Sono convinta che il teatro possa rappresentare uno stimolo a ritrovare un impulso di vita. Sul palco va in scena la vita e guardarsi nello specchio aiuta a riconoscere i propri pregi e i propri difetti.  

D.: Scrive e interpreta le sue opere. A quale di esse è particolarmente legata?

R.: Forse a “Sangue di Enea”, perché tocca l’argomento del “bullismo”, così importante e sentito in questo periodo. Ho cercato di portare in scena i “bulli” della Roma di due secoli fa, poi “estinti” per volere del papato prima e del fascismo poi. Non erano certo delle mammole, intendiamoci, ma neppure paragonabili ai bulli odierni. I bulli della Roma papalina avevano comunque un’etica e, forse, far capire alle nuove generazioni, che perseguitano, offendono, malmenano e denigrano i propri coetanei, che essere paragonati ai bulli di allora è quasi un complimento non meritato, magari può indurli a riflettere e a prendere le distanze da comportamenti odiosi e assolutamente privi di senso. L’arte può educare e io sono profondamente convinta che ognuno di noi sia in grado di fare della propria vita un capolavoro, ma occorrono messaggi validi. Noi siamo anche quello che percepiamo dall’esterno, nel bene e nel male.  

D.: Attrice, ma anche regista, cantante, ballerina, disegnatrice, poetessa, sceneggiatrice e poi anche sportiva, parla tre lingue, suona la chitarra, è pure…bella….ma gli uomini non hanno paura di una donna come lei?

R.: (ride…) Eccome!!! Io per gli uomini sono sempre stata più un buon …amico! Della donna hanno avuto paura, sì, ma non posso biasimarli, perché sono complicata, in me convivono tanti aspetti, tante contraddizioni. E’ difficile starmi dietro, anzi…accanto. Penso che due persone, per stare bene insieme, debbono guardarsi e incastrarsi, perché la vita è un grande puzzle…

D.: Allora parliamo dell’amore e dei suoi amori…..

R.: Beh, bisognerebbe chiedere anche a Damiano (Damiano Belardi, ndr), l’unico uomo che mi sopporta! (sorride). Trascorriamo molto tempo insieme, anche per motivi lavorativi, ma non ci stanchiamo di parlare, di confrontarci. E’ pur vero che, ogni tanto, Damiano va a fare il suo cammino di Santiago, forse per riprendere le forze…gliel’ho detto, mica sono tanto leggera io! Con gli amori passati, che dire, sono sempre emerse divergenze caratteriali, ma con estrema onestà torno ad affermare che in me convivono tante di quelle donne che neanche io riesco a stare dietro a tutte. Sono sempre in guerra, anche con me stessa. Solo quando sono sul palco la mia anima si quieta. E quando scrivo. Adoro scrivere, lo considero un valore, una emozione e le emozioni sono importanti. Vede, siamo tutti diversi, ma le emozioni sono le stesse e ci rendono uguali nella diversità. Bisogna solo saperle comunicare all’altro.  

D.: E a livello professionale, quale uomo è stato o è ancora importante?

R.: Se penso alla mia giovinezza, avevo solo vent’anni, mi viene in mente un regista che durante un provino mi fece delle avances esplicite e decisamente volgari. Ma non mi sono arresa, non per questo ho creduto che tutti gli uomini, in questo ambiente, fossero uguali. Penso, per esempio, a Carlo Pasquini (regista, ndr), alla bella esperienza vissuta con lui in “Principessa Nicoletta”. Carlo è una persona meravigliosa e come lui tante.  

D.: La maternità quanto incide nella vita di una donna? Pensa che non avere avuto figli voglia anche dire non essere madre?

R.: Incide moltissimo, indubbiamente. Ma le dirò che esiste anche una maternità spirituale. Me l’ha insegnato una mia zia, che diventò suora e che insegnava ai ragazzi, che considerava suoi figli. Era una donna carismatica e passionale. Eppure era una suora. Eppure è stata la madre di tutti i suoi alunni. Anche tra amiche si può essere madri, l’una dell’altra. Essere madre significa aiutare e ogni volta che si aiuta qualcuno… è essere madre.  

D.: Torniamo al teatro sociale. Lotta alla violenza sulle donne, bullismo…le sue rappresentazioni teatrali hanno affrontato questi temi, ma sempre con un risvolto ironico. Il pubblico ha anche riso, pur se dinanzi a temi dolorosi, scottanti…

R.: E’ necessario un sorriso anche nei momenti più difficili, nelle esperienze più dolorose. E poi l’ironia è terapeutica. Ancora di più l’autoironia. Io sono una autodidatta dell’autoironia…  

D.: L’amore per Roma e per la “romanità”?

R.: Che dire….magari in una vita precedente sono stata un personaggio della Roma antica, quella imperiale, che più mi affascina. Certo, non che l’Impero romano abbia fatto una bella fine….ma la caduta è avvenuta per dissolutezza e perciò penso che per conservare il bello è necessario tanto impegno da parte delle generazioni che seguono a coloro che hanno costruito molto. Trovare “la pappa fatta”, come si dice a Roma, purtroppo spinge spesso a non apprezzare, a non mantenere, a dilapidare. Ecco perché sono tanto attenta ai giovani e ritengo che insegnare loro l’arte e la bellezza possa spingerli ad una consapevolezza di conservazione del bello creato da altri, da chi li ha preceduti temporalmente.  

D.: Se dovesse scrivere un soggetto dedicato ad una utopia, tipo…la pace nel mondo?

R.: Lo dice lei….una utopia…quindi, penserei ad un uomo solo, un unico sopravvissuto alle guerre che hanno devastato il pianeta. Purché sia in pace…con se stesso!  

D.: Uno dei suoi spettacoli si intitola “Diverso da che?” e tratta il tema della discriminazione sessuale. Con l’avvento della legge sulle unioni civili, il concetto costituzionale di famiglia è teoricamente ampliato. Pensa lo sia anche praticamente?

R.: Assolutamente no! Tra il dire e il fare…Oggi non vengono tutelate a sufficienza le famiglie tradizionali, figuriamoci quelle di nuova generazione! Nello spettacolo “Diverso da che?”, comunque, abbiamo cercato proprio di mandare un messaggio chiaro, per fare capire che un uomo e una donna sono tali senza che le inclinazioni e preferenze sessuali di ognuno possano incidere al punto di tacciarli di diversità.

D.: L’anno scorso ha tenuto una docenza sul tema della costruzione del personaggio cattivo. Cos’è per lei la cattiveria?

R.: La cattiveria è la prigionia in una motivazione egocentrica e vendicativa. Tanto più è profonda questa motivazione, tanto più l’essere umano è cattivo.  

D.: Il suo amore per Roma immagino la porterà ad interessarsi anche alla vicende legate ai cosiddetti… Palazzi del Potere. Senza svelare i suoi orientamenti politici, le sue simpatie partitiche, cosa pensa di ciò che sta accadendo?

R.: Non formulo giudizi su persone che non conosco o vicende sulle quali non ho competenza. Posso solo dire che il fine della politica dovrebbe essere il bene del Paese. Su ciò, penso siamo d’accordo. Allora mi auguro che tutti gli addetti ai lavori stiano operando per questo, altrimenti porteranno un gran peso sulla coscienza, perché la conseguenza sarebbe la decadenza rapida di questa nostra bella nazione, ma anche del suo popolo.  

D.: E se avesse la possibilità di avere un colloquio personale con il prossimo Premier, cosa gli direbbe o chiederebbe?

R.: Non so se rientra nei poteri del Presidente del Consiglio, ma certo gli chiederei di attivarsi per ridurre il numero dei parlamentari. E poi chiederei una maggiore identità dei partiti. Così, per iniziare.  

D.: Parliamo del suo rapporto con la spiritualità…

R.: Io vengo da una famiglia cattolica e osservante. Ho avuto il mio cammino di fede in quel contesto e poi…una illuminazione al contrario! Però credo profondamente in una entità superiore di infinita bontà e credo che il nome che ognuno gli dà sia semplicemente legato alla lingua che parla. Le storie sulle creazione del mondo, dall’Africa alla Cina, dal Nord Europa alle Americhe, sono tutte simili. Vorrà dire qualcosa, no?!?  

D.: Spaventata maggiormente dalla vecchiaia, dalla malattia o dalla morte?

R.: La malattia, senza dubbio. E penso vi sia assoluta e urgente necessità di una legge che consenta alle persone di scendere dal calvario della malattia con dignità.

D.: Sempre nel 2016, si esibisce a Roma, alla Galleria Sallustiana, in “Omaggio ad Anna Magnani”. Perché la scelta è caduta su questa indimenticabile attrice?

R.: Perché la Magnani era, anzi è, vera, ogni suo personaggio un capolavoro. Mi piacerebbe portare in scena “La rosa tatuata”, ove, peraltro, Annarella recitò in inglese. La gente ha una idea della Magnani come di una donna del popolo. E lo era, la sua intelligenza lo prova. Ma era anche molto colta. Però mi lasci dire che un altro mito per me è Monica Vitti, la Brigitte Bardot italiana. Era talmente brava da far dimenticare quanto fosse bella.  

D.: E  l’attore dei tempi d’oggi che maggiormente apprezza?

R.: Mi piace Luca Argentero, è stata una vera sorpresa. E poi apprezzo anche Claudio Gioè. In ambito esclusivamente teatrale, amo Giampiero Ingrassia. L’ho seguito fin dagli esordi, nel 1983, al “Salottino” di Roma. E’ bravissimo!

D.: Una anticipazione sui futuri progetti teatrali?

R.: Sto pensando ad un omaggio alla grande Gabriella Ferri, ma anche, come dicevo prima, ad Anna Magnani. Entro novembre, comunque, conto di portare in scena un ricordo della Prima Guerra Mondiale, che tanti giovani ha sacrificato. E poi spero in molte collaborazioni. Il nostro teatro è aperto a tutti coloro i quali non hanno la disponibilità di una “location” per esibirsi, fare prove, ma anche laboratori. Possono contattarci sulla mail dell’Associazione, artedaparte@hotmail.it. Saremo lieti di poter offrire la nostra disponibilità. Crediamo nella collaborazione e nel gioco di squadra.

D.: Entriamo nel sogno. Le viene data la possibilità di nascere di nuovo. Quali errori vorrebbe non commettere più e quali, sicuramente, commetterebbe ancora?

R.: L’amore per l’arte è forse stato un errore, ma non ci rinuncerei. Riguardo gli errori che non vorrei commettere più…a dire la verità, è una lunga lista, ma dovendo scegliere…forse cercherei di convincere mio padre a sostenermi di più nella scelta di fare teatro.