Il personaggio del mese di luglio 2018: il compositore e musicista di fama mondiale da poco residente a Sarteano con la moglie, la registra Francesca Archibugi, Battista Lena. Ha composto le musiche di tutte le opere della moglie. Da poco è anche il nuovo direttore artistico di ‘Sarteano Jazz&blues’ ,” ho accettato perché è un Festival voluto e fatto da appassionati e per me la passione è fondamentale”.

Di Francesca Andruzzi

Il sole di luglio annuncia finalmente l’arrivo dell’estate, una stagione che quest’anno si è fatta aspettare. Non si fa aspettare, invece, Battista Lena, puntuale all’appuntamento per la nostra intervista. E’ un bell’uomo, ma di una bellezza che travalica l’aspetto fisico, che, comunque, fa la sua parte. E’ anche gentile, pacato e nello stesso tempo deciso; manierato e nello stesso tempo forte; sorridente e accogliente, ma nello stesso tempo profondo. Un consiglio, però, alle nostre lettrici. Seguite il monito del Sommo Poeta e.. lasciate ogni speranza….perché Battista Lena, da oltre trent’anni, ama un’unica donna, la regista Francesca Archibugi. Un sodalizio sentimentale e professionale, visto che, tiene a sottolineare, “ho composto le musiche di tutte le opere di mia moglie”. E quest’anno Battista Lena, compositore e musicista di fama mondiale, ha detto sì all’ambizioso progetto del Festival Sarteano Jazz & Blues, manifestazione nata nel 1990 per volere di un gruppo di amici – tra i quali Sergio Bologni – dell’Accademia degli Arrischianti, accettando la direzione artistica della manifestazione musicale, in programma dal 24 al 26 agosto. La piccola, ma grande cittadina, adagiata tra la Val D’Orcia e la Valdichiana, può proprio dire di avere fatto un colpo grosso. La direzione artistica dell’autore di colonne sonore di film che sono passati alla storia (Ovosodo, Mignon è partita, Il grande cocomero, Ferie d’agosto, Il nome del figlio, Gli sdraiati, Romanzo famigliare, Il grande salto, solo per citarne alcuni) rappresenta un vero e proprio tocco prestigioso, non solo per la notorietà di Battista Lena, ma, soprattutto, per la sua indiscutibile bravura, alle quali si aggiunge un aspetto umano del protagonista della rubrica mensile, che non può essere trascurato, di indiscutibile rilievo. La sua gentilezza.

 

D.: Come nasce l’idea della direzione artistica di “Sarteano Jazz & Blues”?

R.: Una combinazione di eventi. Con mia moglie abbiamo deciso di acquistare una casa  proprio a Sarteano, il nostro buen retiro, in previsione della terza età che io amo definire…terza opportunità. Attualmente trascorriamo molto tempo nel nostro podere, nelle vicinanze di San Casciano, ma per gli anni che verranno abbiamo preferito scegliere un luogo meno isolato. Poi, l’amicizia con Sergio Bologni, che mi ha voluto per curare questa sua creatura, perché il Festival è per lui un vero e proprio figlio. Una specie di affido temporaneo. Ho accettato con la speranza di essere utile e mi impegnerò per un Festival di carattere. Vede, in Italia ci sono più di quattrocento manifestazioni dedicate al jazz, ma nessuna è come quella sarteanese, avulsa da accostamenti con altre realtà, che col jazz hanno poco a che fare. Ho accettato perché è un Festival voluto e fatto da appassionati e per me la passione è fondamentale. Le conferenze previste sia per presentare la manifestazione di quest’anno, sia per illustrare al pubblico ogni concerto, le ho volute proprio per appassionare e proporre una offerta culturale. Un approccio amichevole con il jazz, per far sì che una musica da sempre considerata d’élite, sia vissuta nell’accoglienza di tutti, anche di coloro i quali non la conoscono e proprio in virtù di questa mancata conoscenza, magari non la apprezzano. Per amare occorre conoscere. Comunque vorrei evitare la mistificazione, poiché rifiuto gli eccessi. No a una rappresentazione esclusivamente elitaria, no a una manifestazione esclusivamente turistica. Un Festival pensato come controcorrente e controvento, per invitare tutti a conoscere o ad approfondire

 

D.: Lei è un artista fin troppo famoso per farle domande sulla sua carriera. Nasce in una famiglia dove ha respirato arte. Toscano, ma milanese di adozione. Non si è fatto mancare neppure la Capitale. A quale luogo tra quelli in cui ha vissuto è più legato umanamente e a quale artisticamente?

R.: Roma è come un magnete. Attraente. E nello stesso tempo respingente. Faccio finta di non amarla. Poi sono sempre lì. Roma è sicuramente un discorso a parte. Se devo pensare ad un luogo in particolare, allora le dico che, sia artisticamente che umanamente, vedo Gaiole in Chianti, dove ho portato avanti un progetto con la Banda di Chianciano che ha fatto il giro del mondo. Di Milano che dire? Che è la perfezione! Mi ricorda la Roma nella quale sono arrivato nel 1974 e che oggi non esiste più. A Milano c’è un tessuto borghese che ancora tiene, una imprenditoria illuminata, è a misura d’uomo, è pulita, manca del tutto quella barbarie che sta invadendo il tessuto sociale. Se penso a Milano, penso ad un salotto culturale.

 

D.: Come è arrivato al jazz e cosa di questa forma musicale l’ha affascinata di più rispetto agli altri generi?

R.: Tramite lo swing. Quella pulsione che si suona sul piatto e si incontra con il contrabbasso, l’unione, la fusione tra Africa e Europa. Una ciambella riuscita bene. Per questo soffro molto per il superamento dello swing al giorno d’oggi, al punto che potrei preferirgli…Beethoven. Naturalmente con tutto il rispetto dovuto e sentito per la musica classica e per questo grande artista in particolare.

 

D.: Compositore di colonne sonore di successo. A quanto pare, tra i suoi registi preferiti Francesca Archibugi e Paolo Virzì. Cosa pensa del cinema in generale e del cinema di questi due grandi registi contemporanei?

R.: Francesca Archibugi non è solo mia moglie. Quando componi le musiche per ogni opera creata dalla persona che ti è accanto, ciò significa che ami la donna, l’artista, la musa, la sua totalità. Paolo è un caro amico, un bravissimo regista, ma soprattutto una persona molto intelligente, che sa cogliere gli aspetti della società in modo attento e profondo, come dimostrano i suoi film. Per rispondere alla prima domanda…non mi piace generalizzare. Mi soffermo perciò su un aspetto che mi addolora e cioè il fatto che “la sala” sta perdendo in affluenza. Un vero peccato, perché un film visto al cinema è una realtà differente, c’è un lato ipnotico che nessun televisore o personal computer potrà mai ricreare.

 

D.: Quanto incidono le musiche, la colonna sonora in particolare, nel successo di un film?

R.: Credo molto, ma d’altra parte…non c’è prova del contrario. Però le dico anche che se un film non vale, non c’è musica, per quanto bella, che possa migliorarlo…

 

D.: Alcuni David di Donatello, nomination Goya Award, nomination Nastro d’Argento, premio speciale della Giuria alla 54ma Mostra del Cinema di Venezia per la migliore musica del film Ovosodo, un cult. E la lista non finisce qui. Quale premio l’ha emozionata di più?

R.: Sicuramente due premi francesi (Shock de la music e Télérama), della mia gioventù, ricevuti per Banda Sonora. I primi premi sono un po’ come i primi amori…non si scordano mai. Io il mio, primo amore intendo, l’ho pure sposato!!!

 

D.: Preferisce comporre o suonare? E che differenza c’è per lei tra queste due attività?

R.: Comporre, sicuramente, fa più parte di me. La composizione è più libera, anche nelle modalità di svolgimento. Suonare implica una disciplina, penso agli esercizi con le scale, che, sinceramente, affronto sempre con maggiore fatica, anche per tenere il passo con i più giovani. E poi comporre musica è come scrivere un romanzo. Un esercizio di fantasia…

 

D.: A questo proposito…Virginia Woolf disse che per scrivere c’è bisogno di soldi e di una stanza tutta per sé. Vale anche per il compositore musicale?

R.: Forse sì, anche se sul discorso soldi….croce e delizia, direi. In fondo chi ha tanti soldi si adagia su essi e perde in inventiva. I denari forniscono maggiori opportunità, indubbiamente, ma se queste non vengono sfruttate a causa della pigrizia che provocano…allora meglio comporre senza disporne…il bisogno è anche una occasione di stimolo interiore.

 

D.: Molti registi teatrali hanno utilizzato le sue musiche. Tra il cinema e il teatro sceglie….?

R.: Due realtà così diverse!!! Guardi, comporre per il teatro significa prestare maggiore attenzione ai meccanismi, anche culturali. Il cinema lascia più liberi, ci sono meno vincoli funzionali. Comporre per il teatro implica essere colti, tecnici. Scelgo il cinema, anche come espressione artistica, soprattutto perché è la mia vita….

 

D.: Lo spettacolo “25 aprile, cronache di una  liberazione”, in collaborazione con Beppe Rosso, porta la sua firma. Da cosa pensa si debba liberare la società di oggi e quella italiana in particolare?

R.: Non amo esprimermi con pareri generici e la realtà è sempre molto complessa. Forse dobbiamo liberarci proprio dalla semplificazione.

 

D.: Se le dico “emigrazione”, fin troppo facile che il pensiero vada alle cronache oramai quotidiane, da qualche anno a questa parte. Al di là della posizione italiana in Europa, al di là delle scelte adottate in passato e  ultimamente per tentare di risolvere un fenomeno che viene chiamato problema, cosa pensa abbia causato la incapacità gestionale dell’intero mondo in questa tematica?

R.: L’errore sta proprio nel vedere un problema anziché una opportunità. I fenomeni migratori fanno parte della storia del mondo e rappresentano una indiscussa opportunità, per chi emigra e per chi accoglie. Forse il problema vero sta in quella che io chiamo la “democrazia del narcisismo”, nella quale anche l’opinione pubblica può costituire un problema. Siamo tutti troppo nazionalisti, al punto di essere gelosi. Spero di poter vivere abbastanza per eleggere il Premier europeo….

 

D.: Quale pezzo musicale dedicherebbe a tutte le vittime del fenomeno migratorio?

R.: Un pezzo vitale, energico e anche allegro. Una sinfonia di Mozart, per farli risorgere…

 

D.: Ha insegnato composizione e chitarra jazz a Siena e alla New York University di Firenze. Che differenza ha riscontrato tra gli studenti italiani e quelli d’oltreoceano?

R.: Probabilmente la mia risposta la stupirà, ma gli allievi sono tutti abbastanza simili. Ciò che invece differenzia le due realtà è la valutazione severa degli insegnanti che viene compiuta alla New York University. Ho fatto docenza alla presenza di un supervisore, il capo del dipartimento musicale, che stava alle mie spalle, per valutarmi. E’ un metodo utile, le assicuro. La prima garanzia, per allievi preparati, è un insegnante preparato.

 

D.: Sposato da molti anni con la regista Francesca Archibugi, tre figli…quindi il matrimonio non è una istituzione obsoleta?

R.: Distinguerei la cerimonia dal resto. La prima per noi è stata quasi un gioco. Ci siamo sposati nel 2002, ma il nostro…matrimonio risale al 1982! Stare insieme è un percorso attraverso il cambiamento, affrontando un viaggio, con le piacevolezze e le difficoltà che ogni viaggio presenta. Litighiamo ancora come tanti anni fa, e questo ritengo sia molto positivo. Ma mai abbiamo litigato per i nostri figli. Oramai sono tutti così grandi… Ludovica ha trent’anni, vive e lavora a Parigi. Angelica è a Londra. Sono suoi il promo video e il manifesto del Festival Sarteano Jazz & Blues di quest’anno. E poi Edoardo, il piccolo, si fa per dire…ha ventitré anni e frequenta il Conservatorio a Roma. Naturalmente studia e suona la chitarra…

 

D.: Shakespeare scriveva “t’ amo a tal punto che non vorrei restare nei tuoi dolci pensieri, se il pensare a me ti facesse soffrire”. Crede anche Lei che l’amore debba saper rinunciare?

R.: Penso che l’amore sia principalmente ascolto. Finché  c’è attenzione, c’è amore. E ascoltare significare anche saper rinunciare.

 

D.: Possiamo dire la sua età, tanto non è un mistero…alla soglia dei 60 anni…più bilanci o più progetti?

R.: Sicuramente progetti. Anzi, le dirò, mai tanti come in questo periodo. Penso alle musiche di Romanzo famigliare, de Gli sdraiati, de Il grande salto…ultimamente ho lavorato molto e sempre su progetti di indiscutibile valenza.

 

D.: Cambiamo argomento. Quando pensa alla sua anima, come la immagina? E che strumento suona?

R.: Sicuramente suona la chitarra! E poi io sono l’unico figlio di genitori che si sono separati in un momento storico nel quale avere babbo e mamma che non stavano insieme… ti rendeva una specie di mosca bianca. Mica come adesso. Così ho imparato a stare da solo, ho sviluppato la capacità di apprezzare la solitudine. E ho ascoltato la mia anima, il suono del silenzio.

 

D.: Dio o il diavolo. Il bene o il male. Libertà povera o prigionia dorata. Denaro o amore. Si tratta sempre di scegliere, per il libero arbitrio. Grande opportunità, questo libero arbitrio, o piccolo…bidone? 

R.: (sorride) …E’ positivo, comunque. Ma non deve diventare deresponsabilizzazione. L’ho detto prima. Rifuggo l’idea di una democrazia del narcisismo.

 

D.: Come ultima domanda, entriamo… nell’impossibile. Il Cielo organizza un nuovo diluvio universale e Lei, novello Noè, viene chiamato per la costruzione dell’arca moderna. Può portare con sé, oltre, naturalmente, alla sua famiglia,  tre di tutto. Tre tra gli amici più cari, tre strumenti musicali, tre film, tre opere d’arte, tre libri, tre animali….tre suoi difetti e tre suoi pregi….

R.: Tre strumenti? Porto la chitarra, il pianoforte e il contrabasso. Tre film? La grande illusione di Jean Renoir, Manhattan di Woody Allen, Roma città aperta di Roberto Rossellini. Tre opere d’arte? Tutta la Cappella Sistina, la Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca e un Taglio di Fontana. Tre libri? Alla ricerca del tempo perduto di Proust, L’uomo senza qualità di Musil e Un cuore arido di Cassola. Tre animali? Il cane e il gatto, indiscutibilmente e poi…un rospo. I difetti li vorrei lasciare tutti, ma se proprio devo…allora salvo la mia difficoltà di socializzazione, la mia timidezza e il mio essere troppo preso dalla musica. Tra i pregi scelgo la mia curiosità, la mia passione e …dicono che io sia gentile, quindi mi porto la gentilezza. Sugli amici, per favore….non posso scegliere, sono tutti importanti e a loro sono legatissimo. Se lasciassi a terra quasi tutti ….potrebbero sabotare l’arca!