Il personaggio del mese di marzo 2018 : Mauro Sini, un artista della fotografia. “Io tendo ad isolare…un po’ tutto. E’ una forma mentale- dice Mauro – non vale solo per le mie fotografie. Mi concentro sui dettagli. Tutto mi incuriosisce e la mia curiosità viene soddisfatta proprio dal dettaglio. Non riesco a farne a meno, è quasi una dipendenza”

Di Francesca Andruzzi

 

E’ nato a Firenze, una città d’arte che all’Italia ha dato molto. E poiché la prima aria che si respira pare determini inclinazioni e qualità, Mauro Sini non poteva fare eccezione.Lo incontriamo nel suo studio a Sarteano, dove vive in quei rari momenti che non lo vedono in giro per l’Italia, perché il lavoro di Mauro non permette di essere stanziali. Mauro Sini è un fotografo di professione. E sia mai che Sarteano, questa bella cittadina adagiata tra la Val d’Orcia e la Valdichiana, permetta ai suoi figli, anche adottivi, di non distinguersi nel genere. Mauro, ancora una volta, non fa eccezione. Non è un semplice fotografo professionista. E’ principalmente un artista. Da molti anni lavora nel campo della fotografia d’architettura, della moda, del teatro e del ritratto. Collabora con scultori e pittori e ha realizzato immagini pubblicitarie per importanti case di moda. Tra le sue passioni, la musica jazz. Non a caso, è il fotografo ufficiale del Sarteano Jazz&Blues Festival.

 

D.: Nel 2010 decide di dare una vera e propria svolta alla sua vita. Da geometra, che aveva intrapreso anche studi di architettura, a fotografo professionista. Un hobby che si trasforma in lavoro. Perché questa scelta così radicale?

R.: A dire la verità, il lavoro di geometra, cui ho dedicato un decennio della mia vita, è stato uno strumento. Con esso ho guadagnato quella giusta misura di denaro che mi ha consentito di potermi dedicare a ciò che da sempre e  realmente volevo fare nella vita, a livelli professionali. Mi ha permesso di poter acquistare tutta l’attrezzatura necessaria per diventare un fotografo. Il passaggio da un lavoro all’altro è stato dolce, quasi senza soluzione di continuità.

 

D.: Due professioni a confronto. Entrambe svolte per quasi un decennio. Cosa ha portato del geometra (quasi architetto) nella professione di fotografo?

R.: Direi moltissimo. Le geometrie, le linee, la pulizia. Il lavoro di geometra è un lavoro di precisione. Oggi supplisce il computer, ma quando ho iniziato io si lavorava ancora con la china e la grafite…sono tecniche “antiche” che insegnano, appunto, ad essere precisi, puliti e lineari.

 

D.: La sua famiglia ha appoggiato le sue scelte o avrebbe preferito vedere in lei un futuro… Renzo Piano?

R.: Mi rendo conto di essere stato molto fortunato, perché i miei genitori mi hanno lasciato sempre molta libertà, anche in ambito di scelte lavorative. Credo dipenda dal fatto che abbiano sempre preferito vedermi sereno e realizzato a livello interiore, senza dare importanza all’aspetto economico. Che, poi, a pensarci bene, è solo una illusione, una costruzione che riposa sulla falsa credenza che i soldi possano dare tranquillità. Avere dei genitori come i miei è stata ed è, senza dubbio, una grande fortuna, la mia vera ricchezza.

 

D.: Quando guarda nell’obiettivo, cosa vede?

R.:  Ciò che mi piace! Vede, io tendo ad isolare…un po’ tutto. E’ una forma mentale, non vale solo per le mie fotografie. Mi concentro sui dettagli. Tutto mi incuriosisce e la mia curiosità viene soddisfatta proprio dal dettaglio. Non riesco a farne a meno, è quasi una dipendenza.

 

D.: Quali sono i criteri che adotta per scegliere la foto che mostrerà ai suoi committenti o al pubblico che assiste alle sue mostre?

R.: Ah…ma non le scelgo io! Le faccio scegliere! Sarebbe come chiedere ad un genitore di scegliere tra i suoi figli. Impossibile!

 

D.: Cosa o chi preferisce fissare nelle sue fotografie?

R.: Lo spazio, le geometrie, le cose…tendo a fotografare il nulla… che contiene qualcosa, quel qualcosa di bello, anche una sensazione, che così posso far vedere anche agli altri. Nessuna velleità di tirare fuori capolavori, per carità. Sono sempre stato attratto dai fotografi surrealisti, che colgono la quotidianità per mostrare al mondo dettagli unici. Penso a Izis Bidermanas, che Jacques Prévert definì il venditore ambulante di immagini. Nacque un sodalizio artistico tra i due, uno scambio tra fotografia e poesia. In fondo in una fotografia ci può essere poesia, così come un poeta fotografa con i versi una realtà. Il lavoro di Bidermanas è stato importante per la mia formazione.

 

D.: Cos’è, per lei, la bellezza?

R.: Per me la bellezza è rigore, mi piace la pulizia, l’armonia. La bellezza è tutta lì. Il concetto della “sezione aurea”. Tutto ciò che è bello dona piacere, perciò posso dire che per me la bellezza corrisponde alla sensazione di piacevolezza.

 

D.: Il suo lavoro, dunque, corrisponde a una sensazione di piacere?

R.: Direi proprio di sì. La prima regola per amare il proprio lavoro è che da esso si tragga piacere. E per provare piacere occorre avere sensibilità. Anzi, posso dire che ciò che una fotografia riesce a comunicare risiede nella sensibilità del fotografo. Non so come spiegare…ecco…le faccio un esempio. La mia prima macchina fotografica sono i miei occhi. Non fotografo mai a caso, anche per quella dipendenza dai dettagli che dicevo prima. Poi c’è un discorso a parte…quello del dolore che può trasformare, trasformarsi e trasformarci…da alcuni anni presto la mia opera come volontario per associazioni (AGEOP e CRUNE, ndr) che si occupano rispettivamente di bambini affetti da gravi patologie e di migranti in condizioni di disagio. Con loro ho scoperto una parte di me votata al sociale. E le fotografie che realizzo in questo ambito devono comunicare tutte le difficoltà che altri vivono sulla loro pelle. Anche questa è bellezza. Riuscire a smuovere le coscienze con immagini forti… è bellezza!

 

D.: Cosa ama di più di Sarteano?

R.: Il clima, sicuramente, e non solo dal punto di vista metereologico.  Ho sempre molta voglia di tornare a Sarteano. Qui mi sento a casa. Qui sono i miei amici, la mia famiglia. Qui ritrovo me stesso. Qui mi sento bene. Qui manca solo una cosa…il mare!

 

D.: Lei è giovane, ha appena compiuto quarant’anni, si può dire l’età più bella per uomo. Ed è scapolo. Non ha incontrato la donna giusta, non crede nel matrimonio, o cosa?

R.: Diciamo…un po’ tutto quello che ha detto. Vorrei legarmi sentimentalmente, ma forse…non troppo… (sorride)…non lo so…le donne che ho amato erano e sono eccezionali….forse dipende da me…dal fatto che sono troppo innamorato della fotografia, troppo impegnato con la fotografia…mi porta spesso lontano…sempre in giro…e non credo alle relazioni a distanza…

 

D.: Crede a “una donna per amico” o l’amicizia tra uomo e donna non la convince?

R.: Ci credo, mi convince e la vivo. Ho molte amiche e con tutte le donne che ho amato ho conservato un rapporto di amicizia. Sa che noi uomini abbiamo dei grandi limiti? Avere una donna accanto, comunque accanto, anche come amica, per un uomo è un valore aggiunto. I consigli delle donne sono sempre positivi, anche quando sembrano difficili.

 

D.: Se un domani dovesse avere un figlio o magari più di uno, come le piacerebbe ritrarre la prole?

R.: Un’altra delle mie grandi passioni è il mare. Sogno sempre una casa con il mare davanti. Ecco, mi piacerebbe ritrarre i miei bambini sulla spiaggia di casa.

 

D.: Internet e i social hanno reso tutti un po’…fotografi. Uno di questi social, in particolare, nasce proprio per pubblicare foto. A dire la verità, a volte, anche belle. Ma cosa fa la vera differenza fra un fotografo professionista e un fotografo amatoriale?

R.: Lo so che sembra un paradosso, ma per me il mio lavoro…è un hobby! Perciò penso che la differenza sia data proprio dalla passione.

 

D.: Chi è stato ad avvicinarla a questa passione-lavoro?

R.: Mi sono innamorato, da bambino, della macchina fotografica di mio padre. Grazie a Flavio Renzetti, un grande scultore, che considero il mio secondo padre, ho imparato a “vedere”, anche dentro di me, e a “gestire” le sensazioni personali. Poi ho conosciuto Massimo Costoli, un grande fotografo, una figura importantissima per la mia formazione. Quando ho iniziato a lavorare per lui, ho capito che di fotografia….sapevo nulla! Con Costoli ho fatto il ragazzo di bottega, la gavetta per intenderci, proprio come deve fare un aspirante artigiano per diventare tale.

 

D.: La fotografia ha conosciuto, come tutte le arti, una evoluzione a livello tecnico davvero importante. E’ stato lo stesso per la qualità del risultato artistico intrinseco?

R.: Purtroppo no. Con tutta la tecnica a disposizione, soprattutto oggi, potrebbe sembrare facile. Ma non è così. La differenza sta nel fotografo, nella sua anima, nella sua sensibilità, nella sua fantasia, nella sua passione, nella sua dedizione, nel suo spirito di sacrificio. Diceva bene Toscani…siamo inondati da immagini inutili…

 

D.: Quando non esisteva la fotografia, si usava la pittura per ritrarre persone e paesaggi. Come per i fiori, che quando sono naturali e belli si dice “sembrano finti” e quando sono finti e belli si dice “sembrano veri”. Anche per la pittura e la fotografia sembra essere un po’ la stessa cosa. Tutti davanti ad un dipinto del Caravaggio abbiamo pensato “sembra una fotografia!” e davanti ad un paesaggio ritratto da Fontana magari abbiamo esclamato “sembra un dipinto!”. Secondo lei, perché si opera questa curiosa trasposizione?

R.: Perché sono due mondi legati, indissolubilmente. Quando non esisteva la fotografia, la pittura era l’unico mezzo per fissare volti, paesaggi, situazioni. Un po’ come succede tra madre e figlio. Quando il figlio nasce, non si dice subito…come somiglia alla mamma?!?

 

D.: Il corpo umano è sempre stato oggetto di studio da parte di autorevoli personaggi. Visto che siamo in Toscana, lei è nato a Firenze, viene subito in mente Leonardo…che rapporto ha con il suo corpo e con il corpo umano in generale?

R.: Con il mio corpo? Direi buono. Con il corpo umano nella fotografia? Beh, l’ho detto prima, i miei studi sono principalmente sugli spazi, le forme delle cose, non ho ancora elaborato la figura umana, ma mi sto impegnando. Il corpo nudo è sempre difficile. E difficile è non cadere nella volgarità. Ho realizzato una foto di nudo femminile per una campagna pubblicitaria ispirandomi a Francis Giacobetti. Credo di aver fatto un buon lavoro e spero in futuro di poter realizzare una foto che sia frutto della mia visione interiore….ci vuole tempo…

 

D.: Restiamo sul corpo. Corpo maschile e corpo femminile. Indubitabili le differenze, ma legati dal concetto di armonia. Penso ai suoi autorevoli colleghi: a Herbert List, che negli anni ’30 ha condotto uno studio sul corpo maschile, e a Helmut Newton, famoso anche per i suoi studi e le sue foto che ritraggono nudi femminili. In rapporto al suo lavoro, preferisce il corpo femminile o quello maschile? E perché?

R.: Non ho preferenze, proprio perché non mi sono avvicinato abbastanza a questo genere di fotografia. Sto ancora studiando. Però posso dire che mi affascina il lavoro di André Kertész, dove i nudi sono ritratti in maniera davvero singolare….ricorda gli specchi del Luna Park?

 

D.: Cercherò su internet, mi ha incuriosita…..ma a proposito di foto artistiche e di arte….l’arte incontra sempre l’arte. Lei è il fotografo ufficiale del Sarteano Jazz & Blues Festival, oltre a vantare numerose collaborazioni con la Compagnia del Teatro degli Arrischianti. Quale importanza riveste il lavoro del fotografo nel successo di una rappresentazione teatrale o musicale?

R.: Direi una importanza notevole, dal momento che costituisce la “comunicazione”. Sia nella fase che precede lo spettacolo, quella di promozione, sia in quella successiva, di conferma e diffusione di quanto realizzato dagli artisti.

 

D.: La sua intervista uscirà a ridosso del voto politico nazionale. Se tutti i partiti, indistintamente, la eleggessero fotografo ufficiale per l’ultimo manifesto… diciamo un manifesto comune… illudiamoci un po’ di vederli andare tutti d’amore e d’accordo… un clima di concordia …. un governo di larghe intese, come si dice oggi. Dove fotograferebbe i maggiori leader… tutti insieme appassionatamente? E che nome darebbe alla foto?

R.: (sorride)…vediamo un po’…un orizzonte di sabbia adagiato sul nulla…loro in ginocchio che guardano verso gli elettori…il titolo?… “penitenti”…

 

D.: Un personaggio famoso del passato che le sarebbe piaciuto fotografare?

R.: Sicuramente Alfred Hitchcock! Mi ha sempre affascinato la sua genialità e poi quel contrasto tra la sua fisicità rassicurante e l’inquietudine dei suoi film!

 

D.: Che ne pensa del photoshop in ambito pubblicitario? Non crede che ritoccare troppo corpi e volti possa portare molti adolescenti a non amarsi e a cadere in quel labirinto dell’anoressia, che ancora fa tante vittime?

R.: Le fotografie, specie in ambito pubblicitario, sono sempre state ritoccate. Ma oggi ci sono tecniche pazzesche, in grado di trasformare completamente. L’abuso va sempre evitato, come tutto ciò che stravolge. L’effetto naturale è necessario e sono sicuro che ci sarà una riscoperta. Soprattutto per combattere quella ricerca di perfezione che si traduce in una vera e propria tortura. Sembra un controsenso, in effetti, perché quegli adolescenti, ma anche persone più adulte, per cercare di essere più belli, per cercare di somigliare ad una immagine che nella realtà non esiste, si trasformano, fino ad uccidersi. Le posso assicurare che quando vedo il volto ritoccato di una modella dei tempi d’oggi e quello di Anna Magnani senza filtri…da uomo e da fotografo…io amo la Magnani!

 

D.: Le commissionano una campagna pubblicitaria per vendere…felicità. Coma la immagina?

R.: Bambini….vedo i bambini, che sono l’essenza della purezza. Il naturale, la realtà senza illusione, che per me è la vera felicità.

 

D.: Cosa vede nel suo futuro professionale?

R.: Io non ho certezze. Il mio lavoro è il contrario della certezza. Ci sono periodi in cui lavoro molto, altri in cui lavoro meno. Ma anche i periodi di pausa sono utili, sono la ricerca, lo studio. E poi sono speranzoso di natura. Perciò, anche se non so cosa mi riserverà il futuro, anche se non ho certezze, la speranza mi stimola ad andare avanti e fare sempre meglio.

 

D.: … e nel privato?

R.: Ho sempre bisogno di avere accanto le persone. Perciò mi auguro di essere sempre in compagnia. Mi piace anche stare un poco da solo qualche volta, ma ho proprio un grande bisogno degli altri, della mia famiglia, dei miei amici, di conoscere persone nuove….

 

D.: Un consiglio che si sente di dare ai giovani che vogliono avvicinarsi alla sua arte?

R.: Fare il fotografo è un gioco molto bello, ma non deve essere preso come un gioco. E poi se dovessero decidere di fare questo lavoro solo per un motivo economico…allora sarebbe meglio che pensassero a qualcosa di diverso…

 

D.: L’ultima domanda è, come al solito, un po’ surreale…. domani suona alla porta del suo studio una coppia di anziani coniugi. Vogliono lasciare alla discendenza una foto. Per ricordare tutto l’amore che li ha uniti. Una sorta di testamento fotografico. Come li ritrae?

R.: Li vedo di profilo, controluce. Si baciano e si tengono per mano. Naturalmente la fotografia deve essere in bianco e nero. E’ una tecnica che rappresenta un suggerimento. Il colore non lascia spazio all’immaginazione. Il bianco e nero sì…perché ogni amore è diverso e ognuno deve trovare e vivere il proprio…