Il personaggio del mese di ottobre 2018: Lauro Crociani, il regista chiancianese, per metà umbro, che ha la passione per i cortometraggi “comici”. Sogna di assistere alla rinascita di Chianciano Terme, che promuove anche tramite il Festival del Cortometraggio da diciotto anni. Per il prossimo 16 novembre annuncia il corto “Fuori Rotta”, che sarà presentato a Chianciano e che ha scritto insieme alla sua compagna, Cristiana Vitalesta : “parliamo- dice -del vuoto interiore. Per carità, anche la materia ci vuole, chi lo nega, ma non può prendere la nostra vita nella totalità”.

Di Francesca Andruzzi

La sua passione sono i cortometraggi “comici”, che realizza con successo da un quarto di secolo, ma a dispetto della vena ironica che infonde nelle proprie opere, Lauro Crociani – chiancianese, per metà umbro, da parte della adorata mamma – si presenta estremamente riflessivo, quasi malinconico. A dimostrazione che l’artista vero infonde nelle proprie opere la parte più nascosta di sé, forse quella che teme di palesare, se non in una dimensione alternativa. Ama i suoi figli che “sono oramai grandi e entrambi all’estero, uno addirittura in Australia”; è attratto dalla dimensione spirituale, che afferma di avere già visitato; desidera assistere alla rinascita di Chianciano Terme, che promuove anche tramite il Festival del Cortometraggio da diciotto anni, oggi grazie al lavoro in comune con la sua compagna, Cristiana Vitalesta, che gli ha fornito anche l’occasione di amare nuovamente, dopo la separazione dalla moglie.

 

D.: Per dirla con un noto scrittore, ognuno sceglie un lavoro con il quale cerca di distruggere i suoi demoni… forse dirigere gli altri è utile per dimenticare alcune lacune nella “direzione” di se stessi? Lei, perché ha scelto di fare il regista?

R.:  Non lo nego, è possibile. Quando ho deciso di esprimermi artisticamente, attraverso i cortometraggi, ero in un periodo della mia vita che, sicuramente,  necessitava di una direzione. I miei genitori erano appena scomparsi prematuramente, il mio matrimonio finiva. Dovevo scegliere e ho scelto di dare una svolta alla mia esistenza, per risorgere. Perciò posso dire che la mia passione per il cortometraggio, più che aiutarmi a dimenticare, è stata utile per una vera e propria rinascita.

 

D.: I suoi cortometraggi sono fondamentalmente comici. Lei ha dichiarato che il sorriso tiene lontani disordini e malattie. Quindi il buonumore anche come terapia preventiva. E lei riesce a sorridere sempre, o qualche volta si arrende? E davanti a cosa alza le mani in segno di resa?

R.: Riuscire a sorridere comporta un grande lavoro su se stessi. A volte ho ancora difficoltà. Per rispondere alla seconda domanda, più che di resa, parlerei di grande dolore, quello che mi provoca la violenza, in tutte le sue forme ed espressioni. E poi, la maleducazione, la presunzione.

 

D.: La scoperta  degli insegnamenti del santone indiano Ramana Maharshi ha cambiato la sua vita o comunque il modo di approcciarsi ad essa. Il santone affermava che l’essenza dell’essere umano è conoscenza senza limiti, beatitudine e completa libertà e che “siamo in un giardino dove il Creatore gioca con noi” Quest’ultima frase l’ha particolarmente impressionata. Perché?

R.: Tornare bambini è fondamentale. Dopo le mie difficoltà, ho iniziato un percorso di filosofia. Credo fermamente nella luce e in Dio. Il mio percorso è fondamentalmente gioco. E il gioco appartiene ai bambini. Al di là delle sovrastrutture, l’uomo ha uno spirito, che lo aiuta a restare bambino, quindi innocente. Ma principalmente ho ritrovato questa parte di me grazie al filosofo pedagogo Omraam Mikhael Aivanhov. Mi ha fornito risposte. E al di là del mio aspetto un po’ burbero, io cerco di essere sempre gentile con gli altri, perché degli altri ho sempre bisogno, tutti abbiamo bisogno degli altri.

 

D.: L’Italia ha dato al mondo una quantità indiscutibile di Santi. Per quale motivo, secondo lei, soprattutto negli ultimi tempi, molti connazionali rimangono maggiormente affascinati dai cosiddetti santoni indiani?

R.: Forse la ragione è da ricercare, almeno per come la penso io, nella grande crisi della Chiesa, che sembra non dare risposte. I misteri non danno risposte, almeno per me. E io ho sempre avuto necessità di capire. Il maestro bulgaro Mikhael Aivanhov ha studiato la religione cristiana tramite un confronto con la filosofia buddista, per cercare il superamento delle difficoltà. Ecco perché mi ha affascinato. Ma la prego, non lo definiamo santone, non era neppure indiano, ma bulgaro. Era un filosofo.

 

D.: Torniamo alle sue opere. A quale è particolarmente affezionato e quale non l’ha soddisfatta?

R: Il corto su Pietro Carbonetti è sicuramente quello al quale sono più affezionato. Era un vagabondo, un tamburino che portava una camicia rossa garibaldina. Viveva in campagna. E’ stato un grande comunicatore. Viveva con gli altri e io mi sono identificato in lui. Non esiste più la sua tomba, purtroppo. Alla visione del cortometraggio su Carbonetti, si è commossa una signora di 92 anni. Non rifarei, invece, un corto realizzato nel 1999. Fu un errore delegare un ragazzo troppo giovane per la realizzazione di una mia opera.

 

D: La comicità, abbiamo detto, alla base dei suoi “corti”. La società toscana le offre buoni spunti. Ma il toscano “doc” è comico o tragicomico?

R.: Direi tragicomico, forse un po’ pesantino, ma essere così gli è utile per attaccarsi alla libertà. Quasi un modo per non essere dominato.

 

D.: In quale altra Regione avrebbe voluto nascere?

R.: In realtà io sono anche un po’ umbro, mia mamma è nata sul Trasimeno.

 

D.: Quale aspetto di questa società odierna la preoccupa di più e quale, invece, le dà soddisfazione o almeno speranza?

R.: Mi spiace vedere una mancanza di speranza nello sguardo al futuro. La mia generazione ha avuto maggiori prospettive, maggiori risorse. Avevamo le tre “M”: un mestiere, una moglie, una macchina. Lavoro, famiglia, opportunità. Siamo stati più fortunati. Però devo anche dire che la mia esperienza con i giovani di oggi mi parla di una grande forza interiore nelle nuove generazioni che, senza dubbio, sapranno ritrovare quella speranza che muove il mondo

 

D.: Le favole sono le protagoniste dei suoi lavori più recenti. La favola che da bambino le piaceva di più è ancora quella che preferisce oggi?

R.: Certamente, anche perché Pinocchio è un capolavoro sempre attuale

 

D.: In uno dei suoi cortometraggi, il protagonista si salva dal male di vivere quando ritrova una lettera della madre. Perché, a suo parere, la depressione è oggi così diffusa?

R.: Abbiamo creduto che con il materialismo avremmo raggiunto la felicità. Siamo pieni di oggetti. Ma manca ciò che ciba l’anima. Il vuoto interiore non può essere riempito dalle cose. Nel corto “Fuori Rotta”, che presenteremo il 16 novembre prossimo a Chianciano – e che ho scritto insieme alla mia compagna, Cristiana Vitalesta –  parliamo proprio del vuoto interiore. Per carità, anche la materia ci vuole, chi lo nega, ma non può prendere la nostra vita nella totalità.

 

D.: L’Associazione Culturale Immagini e Suono, quante soddisfazioni le dà?

R: Molte, indubbiamente, l’ho detto prima, io ho bisogno degli altri e insieme si cresce e si lavora meglio. Certo, devo dire che siamo sempre in molti quando si lavora, ma anche quando si va a mangiare una pizza. Un po’ meno (sorride) quando occorre attaccare i manifesti…

 

D.: Superati gli “…anta” ci si rivede maggiormente nelle figure dei genitori. Lei si riconosce più in sua madre o nella figura paterna?

R.: Sì è vero. Allo specchio vedo i lineamenti del mio babbo, ma il carattere è della mamma, che è sempre dentro di me. Sa una cosa? A volte le faccio una domanda e, poco dopo, arriva sempre la risposta.

 

D.: Esiste, purtroppo, una realtà, che è quella delle persone sordo-cieche. Ebbene, le viene commissionata la realizzazione di un film, dove esse dovranno essere protagoniste, per ricordare al mondo le loro difficoltà e quelle delle famiglie che li assistono con amore. Che storia le viene in mente?  

R.: Una storia immediata, forte, come sempre nel genere del cortometraggio, ma non tanto per il fine che lei ha menzionato, quanto per dimostrare al mondo che i veri sordo-ciechi spesso siamo noi e che loro riescono a sentire e a vedere molto più degli udenti e dei vedenti. In queste persone sono più sviluppati gli occhi e le orecchie dell’anima. E l’anima esiste, mi creda…