Il personaggio del mese di settembre 2018:  il pittore Juri Aggravi che ha appena finito di esporre a San Casciano dei Bagni . Un autodidatta che vede il colore come il ‘protagonista’ della tela e i bambini come i migliori critici dell’arte. Henri Matisse non è il suo “ preferito, ma è un grande maestro. Ha sostenuto – dice Juri – il ritorno alle radici della pittura, ai segni primitivi. L’essenza, la semplicità. In una parola, la vera bellezza”.

Di Francesca Andruzzi

In un caldo pomeriggio di fine estate, si aprono le porte della esposizione permanente di Juri Aggravi, un giovane e talentuoso artista sarteanese, che ha scelto la piazza principale del paese  per esporre continuativamente. Juri è timido, discreto e lo supportano gli occhi bellissimi e amorevoli della moglie Daniela. In realtà, però, sono in tre. Le evidenti rotondità di Daniela parlano di un figlio in arrivo, anzi, per essere più precisi, di una bambina, che nascerà a dicembre. Tutto intorno le pitture ad olio, coloratissime, frutto dell’impegno di Juri che, solo da pochi anni, ha deciso di dare impulso ad una passione, quella per la pittura appunto, che nasce con lui e che si sviluppa nel tempo, anche grazie alla nonna dell’artista, che lo porta a visitare i musei di Roma, accorgendosi del grande interesse che l’arte suscita nel giovanissimo nipote.

 

D.: Perché un diplomato in gestione aziendale decide di dipingere?

R.: Devo prenderla un po’ alla lontana. Mia madre è romana e ha sposato mio padre, conosciuto durante i suoi soggiorni estivi a Sarteano, cittadina nella quale sono nato e ho sempre vissuto. Quasi controcorrente, posso dire, vivevamo durante l’anno a Sarteano e per le vacanze estive ci trasferivamo a Roma, che  in agosto è ancora più bella. Con mia nonna visitavamo musei. Ero piccolo, ma restavo incantato, letteralmente rapito di fronte a tanta bellezza. Fin da quegli anni, il mio desiderio più grande era disegnare. Ho iniziato con il carboncino, a scuola facevo le caricature degli insegnanti. Crescendo ho scoperto il colore. Dipingo ad olio, mi fa sentire a mio agio. Lo stendo in modo volumetrico, in rilievo. 

D.: E allora insisto: perché non ha frequentato il liceo artistico?

R.: Perché a quattordici anni, alla fine delle scuole medie, forse non sono stato in grado di scegliere, forse il liceo era troppo lontano (il liceo artistico più vicino a Sarteano si trovava ad Orvieto, ndr), forse…che dirle… a volte nella vita si commettono errori, per troppa gioventù. Ma durante le lezioni di ragioneria, io disegnavo. Sono un autodidatta. Una grande forza interiore mi ha sempre spinto a dipingere e nella pittura ho sempre trasfuso il mio io, la mia essenza. E’ un dono, come saper scrivere o comporre musica. Certo, lo studio affina la tecnica, ma senza una particolare inclinazione, senza un dono, non si può dipingere… 

D.: Qual è il pittore che l’ha maggiormente ispirata?

R.: Preferirei non parlare di ispirazione. Non posso neanche paragonarmi ai pittori che ammiro e amo. Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Caravaggio e Raffaello sono per me i quattro grandi della storia della pittura. Di Leonardo amo la modernità. Caravaggio è andato oltre la forma. Però Gustav Klimt e Egon Schiele mi hanno fornito un grosso aiuto nella mia svolta di artista. Se proprio insiste, allora le dirò che mi piacerebbe essere considerato un incrocio tra Edvard Munch e Vincent van Gogh. 

D.: Una personale nel 2015 “I miei occhi” e una nel 2016 “Le mie dolci prigioni”. Può spiegare i motivi di questi titoli?

R.: Ad organizzare la prima mostra mi hanno spinto gli amici. Fino al 2015 ho dipinto solo per me, anche perché lavoro come marmista, perché solo di arte è difficile vivere. Il titolo viene dalla importanza che riservo ai miei occhi. Attraverso essi recepisco e assimilo le immagini, posso dire che sono più importanti delle mani, con le quali dipingo. Il titolo della seconda esposizione deriva dai quadri esposti e che rappresentavano sbarre naturali, come bambù e faggi. Una interpretazione di Sarteano, la cittadina che mi ha cresciuto, coccolato, ma anche, in qualche modo, imprigionato, seppure con la mia complicità. A parte i soggiorni romani, non ha mai avvertito l’esigenza di uscire dal mio paese. Sarteano è come un magnete; ti attira, ti tiene legato a sé. Sarà un caso, ma anche chi solo passa per Sarteano, sente l’esigenza di tornare. Molti, capitati qui per caso, hanno acquistato una casa per le vacanze. Qualcuno si è definitivamente trasferito. 

D.: Nei suoi quadri conta di più il colore o la forma?

R.: Sicuramente il colore. E’ il protagonista. La forma è per me un concetto dinamico, il mio obiettivo è fornire dinamismo ai soggetti che rappresento. Per carità, la forma è importante. Ho iniziato con il figurativo, perché chi vede i miei quadri per la prima volta deve anche sapere che so disegnare. L’astratto mi piace, ma io sono ancora all’inizio, ho bisogno di farmi conoscere, di dimostrare che so dipingere anche le figure. 

D.: A chi o a cosa deve il suo talento?

R: Forse alla mia sensibilità, al mio modo di interpretare la vita, alla mia bontà, al mio ottimismo e alla mia curiosità. Sono tutti elementi essenziali per creare bellezza. 

D: Nemo propheta in patria….vale anche per lei, o Sarteano ha dimostrato di apprezzare la sua arte?

R.: Allora posso dire di essere l’eccezione che conferma la regola! Sarteano mi ha apprezzato e soprattutto mi hanno apprezzato i valenti artisti di Sarteano. Alla mia prima personale, ho avuto la fortuna di avere Gastone Bai, Mauro Fastelli e Mauro Sini; un pittore, uno scultore, un fotografo, tutti affermati artisti che hanno apprezzato il mio lavoro e guardi…noi sarteanesi non siamo cerimoniosi (sorride)…se facciamo i complimenti è perché li sentiamo veramente. E poi ho avuto l’approvazione dei bambini, che per me conta moltissimo. Le voglio raccontare un episodio. Durante la seconda esposizione, una sera mi sentivo un po’ giù di morale. Io sono un emotivo, è bastata una giornata con meno affluenza per demotivarmi. Poi sono entrati dei bambini, che si sono fermati, davanti ai miei quadri, incantati, a bocca aperta. I bambini sono i migliori critici dell’arte.

D.: Quanto conta la famiglia nella realizzazione delle aspirazioni personali?

R.: La famiglia è la base, l’appoggio, il rifugio e anche il trampolino. E’ fondamentale anche per la realizzazione di un artista. Già la mia famiglia di origine mi aveva dato tutto il sostegno possibile. Poi è arrivata Daniela. Ero single da parecchio tempo. Mi sono innamorato dei suoi occhi subito e poi del suo modo di pensare. Daniela mi supporta, è comprensiva, ma anche strutturata. Credo che le origini calabresi abbiano influito sul modo di essere di mia moglie. E’ mediterranea in tutto, nella forza, nella dolcezza…Se possibile mi sono innamorato ancor più di lei quando mi ha descritto la sua bella terra… E tra poco mi renderà padre. Si può chiedere di più? 

D.: Pochi giorni fa, la tragedia del crollo del Ponte Morandi a Genova. Renzo Piano si è offerto di disegnare il nuovo progetto. Il disegno di un grande architetto, che è anche un grande artista, offre all’Italia una nuova opportunità di rinascita…

R.: Pegaso nasce da una ferita, non a caso. Sono profondamente addolorato per quanto è accaduto a Genova, così come mi addolora la situazione della nostra bella Italia. Oggi come oggi, si corre il rischio di perdere la speranza. Ma come le dicevo prima, sono un ottimista. Dalla sofferenza nasce l’arte e chi non soffre non crea veramente. Per questo penso che l’arte può salvare il nostro Paese. Anche io, debbo riconoscere, ho realizzato le mie opere migliori in momenti di grande sofferenza. E’ la storia del mondo. Si cade, è vero, ma per fortuna, che è la vera fortuna, è possibile sollevarsi. 

D.: Quanto i suoi quadri rappresentano gli stati d’animo che l’accompagnano nella vita?

R.: Dal momento in cui do vita ad una mia opera e fino alla realizzazione definitiva, essa risente dei cambiamenti dei miei stati d’animo. A volte inizio con colori molto forti che poi vado a stemperare…

D.: Che rapporto ha con il denaro?

R.: Spendo, indubbiamente spendo. Ma non sono un prodigo. Credo che il denaro guadagnato debba essere speso per darci soddisfazioni. Certamente non sono avaro. 

D.: Cosa la indigna e cosa la entusiasma?

R.: Preferisco dirle prima cosa mi entusiasma: la bellezza, la voglia di vivere, la curiosità. Mi indigna la crudeltà verso gli innocenti, verso coloro che non possono difendersi. E poi mi indigna il fatto che in Italia non si segua un criterio meritocratico. Finché i furbetti sorpasseranno, nulla cambierà. E c’è tanto bisogno di cambiamento, di meritocrazia.

D.: Se le proponessero di vivere in un’altra nazione, quale sceglierebbe e perché?

R.: Sicuramente la Spagna. E’ latina, piena di arte. Adoro il flamenco, mi piace la lingua spagnola, anche se non capisco una parola, ma è molto musicale. 

D.: Aria e acqua. Quale elemento la attrae maggiormente?

R.: L’acqua è il mio elemento. Sono un bravo nuotatore e poi il colore dell’acqua mi affascina. Per me l’acqua è sinonimo di libertà. 

D.: Il colore preferito?

R.: Naturalmente il blu oltremare! E’ il colore più affascinante, mi dà l’idea di infinito… 

D.: Cosa o chi vorrebbe cambiare?

R.: Vorrei una umanità più altruista e più solidale. 

D.: L’estate sta finendo… Quale stagione ama di più e quale ispira maggiormente la creazione delle sue opere?

R.: Il periodo dell’anno che preferisco è la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Settembre e ottobre sono i mesi che amo. Cambia l’aria, cambiano i colori, la vendemmia, le giornate più brevi…Per me la vera estate è ottobre. 

D.: La sua prossima mostra?

R.: Il 31 agosto si è chiusa la personale a San Casciano dei Bagni dal titolo “Paesaggi in aria”. Sono contento. Un buon successo. La prossima a Montepulciano, nel 2019, ma non posso dirle il titolo…solo il tema: labirinti floreali.

 

D.: Domanda fantastica: ha la possibilità di fare un viaggio nel passato e trascorrere un periodo di studio presso uno dei grandi Maestri del colore. Chi sceglierebbe?  

R.: Henri Matisse. Non è il mio preferito, ma un grande maestro. Ha sostenuto il ritorno alle radici della pittura, ai segni primitivi. L’essenza, la semplicità. In una parola, la vera bellezza. Anche Picasso affermò che aveva impiegato una vita per dipingere come un bambino. Ecco, penso a Matisse come a un grande insegnante. Posso portare Daniela con me? Non so se lo sa, ma Matisse ha anche disegnato abiti bellissimi…vorrei chiedergli di crearne uno solo per mia moglie.