Lo scrittore Diego Galdino si racconta. A cinque anni dal primo romanzo arriva in libreria il secondo capitolo della storia di Massimo, il barista romano. Intervista con l’autore: “Quando io inizio a scrivere una storia- racconta Diego Galdino – lei è già tutta dentro di me, dalla prima scena all’ultima, è come se avessi visto un bel film e lo raccontassi a qualcuno che non ha la possibilità di vederlo con i suoi occhi”.

Di Simona Mirabella

Con il libro,“Il primo caffe del mattino”, ha ottenuto un enorme successo, cinque anni dopo arriva il secondo capitolo della storia di Massimo il barista romano.

D.Perché così tanti anni prima di farci sapere cos’è accaduto?

R.Ci diamo del tu? Tra amici si usa così no? In realtà non era previsto che io scrivessi il seguito de Il primo caffè del mattino, non sono un amante dei seguiti, preferisco da sempre cimentarmi in storie autoconclusive. Ma negli ultimi anni mi sono capitate un sacco di cose brutte, o almeno non belle, che hanno stravolto la mia vita e il Bar di famiglia che poi è la stessa cosa. Così ho deciso di scrivere L’ultimo caffè della sera, come dico sempre: ‘per rendere leggendario l’ordinario’, perché di Bar dove bere il caffè ce ne sono tantissimi e in tutto il mondo, ma come quello dove sono nato e ancora oggi continuo a fare i caffè credo ce ne siano pochissimi. Anch’io come Massimo il protagonista de Il primo caffè del mattino ho perso un grande amico, un secondo padre. È stata una perdita, come accade nel mio nuovo romanzo, improvvisa, destabilizzante, per me e per il bar. Qualche mese dopo anche mio padre, quello vero, si è ammalato gravemente. Così sono rimasto da solo, sia fuori, che dietro il bancone del bar. A quel punto, sono dovute cambiare tante cose, ho dovuto reinventarmi e per non mandare perduti i ricordi e le persone, ho deciso di scrivere questo libro mettendoci dentro tutto, le battute e gli aneddoti che per me erano familiari, erano casa, aggiungendoci ciò che mi rende lo scrittore che sono…L’amore.

D.Hai mai, tentennato, durante la stesura del libro “L’ultimo caffè della sera”, il pensiero che potesse non ottenere lo stesso consenso del precedente l’hai mai sfiorata?

R.Ero terrorizzato da ciò che avrebbero potuto pensare i tanti lettori sparsi nel mondo che hanno amato Il primo caffè del mattino, sapevo di andare a toccare un romanzo che da tutti era considerato perfetto così com’era. Scrivere L’ultimo caffè della sera è stata una grande responsabilità, una scommessa con me stesso. Ma avevo bisogno di scriverlo per rimettere a posto le cose dentro di me. Confesso che una volta completato l’ho dato in lettura ad alcune mie lettrici che io considero delle vere e proprie puriste de Il primo caffè del mattino, stiamo parlando di persone che si sono tatuate la frase finale sul braccio o l’hanno scritta sulla parete della loro camera da letto. Quando loro mi hanno scritto che L’ultimo caffè della sera è ancora più bello del primo ho tirato un sospiro di sollievo. Ma la cosa che più mi ha dato soddisfazione è vedere che gli editori di tutti i paesi in cui era uscito Il primo caffè del mattino hanno preso anche questo nuovo romanzo dopo averlo visionato dicendo anche loro la stessa cosa… ‘Che mi era superato’.

D.Ci sono diversi tipi di scrittori: disciplinati, metodici, che stilano scalette, rileggono infinite volte i loro scritti; e autori che scrivono istintivamente di getto sino a comporre un romanzo. Tu, che tipo di scrittore sei?

R.Io la penso come Sean Connery nel film Scoprendo Forrester… Scrivere non è pensare, è scrivere, la prima stesura va scritta di getto, in modo istintivo, non con la testa, ma nemmeno con il cuore, va scritta di pancia. Io quando batto le dita sui tasti del computer faccio come Michelangelo che levava il superfluo con lo scalpello, non facendo altro che liberare l’opera che era già dentro il blocco di marmo. Quando io inizio a scrivere una storia lei è già tutta dentro di me, dalla prima scena all’ultima, è come se avessi visto un bel film e lo raccontassi a qualcuno che non ha la possibilità di vederlo con i suoi occhi. Quindi devo creare con le parole delle vere e proprie immagini per dare al lettore la possibilità di vedere ciò che io descrivo.

D.Tu non sei solo uno scrittore, sei anche proprietario di un Bar a Roma dove continui a lavorare. Come si sposano le due dimensioni, il caos della mattina e la solitudine della scrittura?

R.In effetti per restare in tema cinematografico, come dice Hugh Grant in Notting Hill ,tutto sta diventando surreale, ma bello. La mia è un po’ una doppia vita come quella di Clark Kent e Superman. La cosa più bella è quando vengono al Bar lettori dei paesi in cui sono stati pubblicati i miei romanzi, per farsi fare una dedica o scattarsi una foto dietro al bancone insieme a me. Vedere le loro facce incredule quando entrano nel Bar e mi trovano dietro al bancone a fare i caffè come il protagonista dei miei romanzi è qualcosa di bello a cui non mi abituerò mai. Lì si rendono conto che è tutto vero, che non mi sono inventato niente, che sono entrati a far parte delle mie storie come i personaggi dei libri che hanno letto. Ho citato Michelangelo, Superman, qualcuno potrebbe pensare che soffro di manie di grandezza, in realtà io ancora oggi mi considero più un lettore che uno scrittore e se mi chiedessero di scegliere tra leggere e scrivere io ancora oggi sceglierei senza alcun dubbio leggere. La scrittura per me ha la valenza di una seduta terapica, il mio libro diventa lo psicologo che ti ascolta senza pregiudizi e ti giudica in modo oggettivo. Così sai che a lui puoi dire la verità, tutta la verità, forse quella che non diresti a nessuno e allora scrivi senza pensare alle conseguenze.

D. Se dovessi consigliare un libro non tuo, quale consiglieresti?

R.Persuasione di Jane Austen, un capolavoro, secondo me il padre di tutti i romanzi romantici moderni. E poi per chi ama Jane Austen Persuasione è il libro giusto per conoscerla meglio come essere umano…Un bellissimo essere umano.

D.E quale avresti voluto scrivere?

R.I pilastri della Terra di Ken Follett, credo sia uno dei più bei libri degli ultimi cinquant’anni. Lui è davvero uno scrittore inarrivabile. Forse al suo livello ci sono solo gli scrittori dei Drama Coreani, dei veri e propri geni dell’intreccio narrativo.  D.Come e quando ti sei reso conto di essere uno scrittore?

R.Sono diventato uno scrittore per merito – o colpa – di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

D.Progetti futuri, c’è già qualcosa in cantiere?

R.Un nuovo romanzo è già nelle mani capaci del mio agente letterario Vicki Satlow uno dei più bravi ed importanti al mondo. Ma sinceramente il mio progetto futuro è L’ultimo caffè della sera, un romanzo a cui tengo tantissimo per tutti i motivi che ho già detto. Vorrei davvero che fosse letto da più persone possibili. Non per scalare le classifiche o fare numeri da capogiro, ma per far capire alle persone che i romanzi d’amore fanno bene al cuore e all’anima, perché l’amore è l’unico colore che sta bene su tutti… e cui tutti abbiamo bisogno d’indossare per sentirci davvero appagati e felici.

D.Ed infine, una domanda provocatoria: Massimo, sceglie il passato o il futuro?

R.Bella domanda… Massimo non sceglie, viene scelto.