La scatola dei ricordi: il racconto della domenica di Patrizia Patrizi

Lassie

Il mio primo amatissimo cane! In realtà non sapevo come si scrivesse il nome, tant’è che lo scrivevo così come lo pronunciavo: Lessi.  Non era nemmeno il primo, in verità, perché la mia mamma mi raccontava che, a fare la guardia alla carrozzina con me dentro, c’era stato un altro cane: Furio.  Io però ricordo Lessi perché insieme non facevamo che correre.   Il mio babbo aveva deciso di “mettersi in proprio” e aveva ereditato e comprato terreni e poderi, così io, la mamma, la nonna e la mia sorellina andavamo spesso in campagna. Lì c’era sempre qualcosa da fare: o la salsa di pomodoro, o raccogliere le verdure dall’orto, o ammazzare i polli, o raccogliere l’uva o le olive, o a sistemare qualcosa nelle case. Ho ricordi bellissimi della trebbiatura, quando c’erano fino a venti persone dei poderi vicini che venivano ad aiutare il babbo; la nonna e la mamma preparavano pranzi sostanziosi a base di tagliatelle con il sugo, arrosti misti con le patate e la zuppa inglese. Era un menù tipico, tant’è che lo ritrovavamo in ogni altro podere quando il babbo si spostava con la mietitrebbia dai vicini. Posso dire che era il menù tradizionale delle trebbiature. A mezzogiorno e mezzo si sistemavano tutte le pietanze dentro le grandi ceste di vimini e si portavano al campo. Poi si metteva una tovaglia grandissima sull’erba sotto un albero, si ponevano, nel mezzo, i vassoi con il cibo e tutt’intorno si disponevano i piatti, le posate e i bicchieri. I fiaschi di vino e dell’acqua di solito si tenevano al fresco dentro un secchio di acqua di fianco alla nonna che poi serviva  da bere a tutti. Stavamo seduti sull’erba, noi bambine tenevano le gambe incrociate, le donne distese e unite, gli uomini allargate o piegate.Le conversazioni erano sempre inerenti al raccolto di anni passati o a quello che si prevedeva di seminare per il futuro. Non mancava mai la preoccupazione per il tempo meteorologico. Appena mangiato, gli uomini, dopo aver preso il caffè che era sempre nel thermos, riprendevano la via del campo, le donne risistemavano tutto nelle ceste, mia sorella si addormentava nella coperta ed io giocavo con il mio cane. La nonna e la mamma poi andavano nei campi trebbiati per vedere se era rimasta a terra qualche spiga di granturco. Ricordo una trebbiatura in particolare, quella del 1969. Dopo aver mangiato presi Lessi e iniziai a correre su e giù per il campo. Chissà perché a quei tempi correvo sempre! Mi piaceva tantissimo! Correvo e cantavo le canzoni di Morandi, il mio idolo; avevo già tre suoi 45 giri che il babbo mi aveva comprato a Siena quando era andato per le fiere dell’agricoltura.  Lessi correva accanto a me, io cantavo, lui abbaiava contento. Eravamo instancabili.  O almeno, cosi, mi sembrava…si erano fatte le 5 del pomeriggio, mia mamma e mia nonna volevano tornare al podere per lavare le stoviglie, mio babbo allora scese dalla trebbiatrice e andò a prendere la macchina posteggiata all’ombra per caricare noi e la roba da riportare indietro. La mamma si sistemò davanti, la nonna dietro con le ceste, io sarei salita in collo alla mamma. Il babbo aprì il portabagagli della macchina io chiamai Lessi che salì di corsa. Si sdraiò sopra la vecchia coperta che stava sempre lì apposta, mi guardò e…morì. Ho una pagina del mio primo diario di quel giorno; con il lessico di allora non sono riuscita ad esprimere il dolore che provai anche perché ricordo una frase del babbo che mi disse: “l’hai fatto correre troppo, il cuore non ha retto” che lì non scrissi. Nel diario c’è scritto solo che avevo pianto per tutto il pomeriggio, la sera e la notte.Ancora oggi mi commuovo e mi sento in colpa. A quei tempi non si faceva molto caso alle parole che si dicevano ai bambini e lì per lì nemmeno io capii la gravità della frase. Certo è, che non ho più corso con nessun altro cane che ho avuto dopo.