La scatola dei ricordi : il racconto della domenica di Patrizia Patrizi

La stanza del prete

Nei sabati e nelle domeniche pomeriggio, tra il 1970 e il 1972 noi giovincelli di paese, tra gli undici e i sedici anni, ci ritrovavamo tutt’insieme alla stanza del prete.   Ricordo che noi ragazzine aspettavamo con trepidazione quei pomeriggi: erano gli anni delle prime “cotte” e quando entravamo nella stanza, cercavamo con lo sguardo il ragazzo che ci faceva battere forte il cuore.Alla mia amica piaceva un ragazzo più grande di lei di tre anni, a me un ragazzino che ne aveva uno più. Nella stanza trovavamo le sedie già predisposte per guardare, proiettato su di una tela bianca attraverso una piccola cinepresa, un film scelto dal prete. Le sedie erano accuratamente distanziate l’una dall’altra, non sia mai dovessero essere appiccicate. Non ho ricordi di che film il prete sottoponesse alla nostra visione; credo che a pochi interessava, quanto piuttosto il ragazzetto o la ragazzina che, anche se a un metro di distanza, in qualche modo era riuscito o riuscita a mettersi vicino. Durante il film si sentiva spesso strusciare una sedia: ognuno cercava di avvicinarsi “al soggetto” di desiderio. Ricordo che ogni tanto il prete accendeva la luce per controllare e allora ognuno sobbalzava come chissà quale peccato avesse commesso!  Il ragazzino che mi faceva battere il cuore era il figlio minore di una delle amiche di mia mamma. Io adoravo quella signora. Era una donna speciale e le ho sempre voluto tanto bene. Mi piaceva quel suo modo di parlare affabile, di essere sempre elegante con i suoi deliziosi tailleur, quel suo essere sempre allegra e avere una parola gentile per tutti. Con me era molto affettuosa. Mi dava sempre un bacio sulla guancia quando ci vedevamo e anche quando sono diventata adulta,non ho mai smesso di confidarle le mie discussioni con la mamma. Io sono stata una ragazzina un po’ vivace, lo ammetto, ma quella signora è stata sempre dalla mia parte, anche quando, a diciott’anni,facevo “la rivoluzionaria” o quando, ormai adulta, mi ero divorziata. Ricordo che abitava poco sopra la piazza del paese, all’ultimo piano di un bel palazzo. Scendeva di casa sempre correndo per andare a Messa. Attraversava la piazza sorridendo e salutava con voce squillante chiunque incontrasse. D’estate o d’inverno non saltava una Messa pomeridiana e la domenica mattina quella delle dieci la vedeva in prima fila. Era una donna speciale davvero, in sintonia con la sua profonda fede cristiana. Mi ero presa una cotta per suo figlio più piccolo. Quando eravamo nella stanza del prete, cercavo sempre di mettermi con la sedia vicino alla sua. Ricordo che con le mie amiche mettevamo in atto stratagemmi per accomodarci ognuna vicina al proprio “interesse”. Ci reggevamo il posto e dicevamo: “occupato!” se si avvicinava qualcuno o qualcuna che non quadrava con la scacchiera da noi pensata! Il prete spengeva la luce e quell’attimo di attesa per l’inizio del film era pieno  di tensione  con le mani pronte a spostare la sedia appena il sonoro invadeva la stanza. Il mio ragazzino non la spostava, ero io che lo facevo. A quel tempo pensavo fosse troppo timido, allora io mi avvicinavo e cercavo la sua mano; lui stava sempre fermo ma non la toglieva e questo mi dava speranza. Poi invece, più tardi, capii che non ero di suo interesse, anche se la sua gentilezza nei miei confronti mi traeva sempre in inganno. Qualche domenica pomeriggio ci era concesso di ballare. A luce accesa s’intende, diceva il prete. E all’inizio, in sua presenza facevamo cosi. A volte, però, lui si allontanava e allora la musica cambiava; nel senso che mettevamo “i lenti” e spengevamo la luce. La mia amica ballava stretta stretta al suo ragazzo più grande. Lui era il figlio della nuova levatrice ed era il primo ragazzo nel paese a portare i capelli lunghissimi e ricci. Ci piaceva un po’ a tutte perché era molto simpatico e siccome era più grande ci sentivamo lusingate dai suoi complimenti,  ma era “proprietà privata” come dicevamo ai tempi, della mia amica. I pomeriggi trascorrevano veloci, avevamo solo tre ore, dalle 15 alle 18 per corteggiare o farci corteggiare; durante la settimana c’era la scuola e lo studio e l’unica occasione di rivederci era andare a prendere il latte fresco dalla “lattaia” , un’ora prima della cena che per tutti era in inverno alle 19, in estate alle 20. In quell’ora ci incontravamo alle logge poste alla fine del marciapiede della piazza, proprio sotto il palazzo, dove abitava il ragazzino dagli occhi azzurri che mi faceva battere il cuore. Ricordo anche di avergli scritto qualche bigliettino ma lui non rispondeva mai. Eh si…la prima delusione; però avevo la sua mamma che mi voleva bene! Questo fu il motivo per cui non gli tolsi la parola, nonostante tutto!