Sarteano : domenica 26 giugno incontro con la poetessa Luisa Trimarchi, autrice di “Le stanze vuote” , coordinato da Rosaria Sorrentino dell’Associazione culturale “SarteanoViva”

Ne “Le stanze vuote” (ed. Controluna) prende forma la poesia di Luisa Trimarchi. Il dialogo con l’autrice, promosso dall’Associazione Culturale SarteanoViva e coordinato da Rosaria Sorrentino, domenica 26 giugno, alle 18, al Parco Mazzini di Sarteano, è un invito a indagarne l’articolata topografia tra scorci quotidiani e suggestioni astratte. Poco importa, a questo punto, si tratti di luogo reale o metafisico, espressione archetipa riportato alla compiutezza formale o misura claustrofobica: sono essenzialmente lo scenario necessario, simboli del vuoto che contraddistingue l’esistenza, del tempo, pure in questa vacanza ostinato a battere anche senza spazio e senza carne, di tutte le accoglienze mancate. L’autrice, al centro di questa architettura effimera, inventaria domande, colpe, ricordi e si sente orfana di chi manca, di chi abbiamo amato o di chi non abbiamo saputo conquistare la confidenza. Insieme animano una poesia fatta di voci e di suoni, più che di immagini. Voci che spesso non si incontrano tra loro. Una grida al mutuo soccorso, l’altra blatera al silenzio muto. Nel breve viaggio tra i due poli, tra l’io e il tu, tra l’amore e il suo destinatario, ma perfino tra l’io e il sé, verso cui la voce rimbalza da un muro, la parola avrà subito già tante metamorfosi che sarà impossibile ritrovarne il filo: tutto crolla nell’insignificanza, gravita sulla morte, si illumina in un istante di beatitudine, prima di scomparire. Le poche immagini che emergono sono tenere, scarnificate, lottano contro il tempo che le vuole cancellate, nell’istante rarefatto di una poesia breve. Sono il minuto sfondo ambientale, stagliato in tagli repentini e rapide sovrapposizioni, dove l’esperienza ermetica cede ad un’intensa e segreta allusività, espressione di un’autrice insieme trasparente e oscura, indifesa e stilizzata, mai impaurita dalla crudeltà del mondo e al tempo stesso china sullo strazio del proprio dolore. Le stanze vuote diventano così esilio e rifugio ad un tempo. La voce di Luisa Trimarchi, già matura e ben proiettata su una comunicazione franante e costante, fatta di piccoli mattoni, di piccole gocce che accorpandosi arrivano a costituirne la direzione e il senso, giunge da questo luogo anonimo e separato, esemplato in apertura da un’aula vuota, paradigma di un’assenza che diviene condizione generale e collettiva. Una stanza sospesa fatta di speranza, sguardi, attesa. Rifratte una nell’altra altre si costruiscono e si dissolvono, in una varietà proteiforme fatta di determinazioni nette, anarchiche, umanissime. Alla fine dell’incontro – o della lettura – si avrà la sensazione di essere arrivati alle stanze vuote del titolo, con la loro beckettiana desolazione, attraverso una lunga serie di negazioni, potrebbe essere quella giusta. Allora, assecondando il verso della poesia, bisognerà ripercorrere la strada fatta, al contrario. Ci si imbatterà in lacerti di vita, brandelli d’amore, frammenti di grida, di corpo e di materia.