25 aprile: il Partito Comunista in piazza Gramsci a Siena e presente anche alle celebrazioni di  Chianciano, Montepulciano, Chiusi e Pienza

Il Partito Comunista sarà presente alla manifestazione del 25 aprile a Siena in Piazza Gramsci dalle ore 15 alle 18 per la distribuzione del materiale e del tesseramento. Ne ha dato notizia il responsabile della comunicazione del partito Nicola Bettollini precisando che lui stesso  sarà presente alle celebrazioni di Chianciano alle ore 9.45 mentre  le compagne ed i compagni saranno presenti alle celebrazioni di Montepulciano, Chiusi e Pienza. “Generale è l’ammirazione, la reverenza per l’eroismo, la nobiltà, la semplicità con la quale – sottolinea un comunicato del PC-  i combattenti della Resistenza italiana ed europea hanno affrontato le più atroci torture e la morte. Ma anche in questo generale riconoscimento, in questa ammirazione per l’eroismo e la nobiltà, per i caduti in quanto caduti, per gli eroi in quanto eroi, appare chiara l’intenzione di sminuire la Resistenza svuotandola della sua realtà, ignorandone i suoi ideali ed il suo programma. Tutti si tolgono il cappello davanti ai morti, tutti ammirano il loro eroismo. «È purtroppo d’uso di fronte ai caduti, ai martiri, agli eroi una sorta di retorica impersonale: la retorica del sacrificio e del discorso celebrativo, la retorica dell’eroe senza volto, del caduto immobile nell’ultimo gesto, lontano e diverso dai vivi appunto perché eroe, appunto perché caduto.» . Vi è chi celebra la loro morte per poter in un certo senso condannare la loro vita. Il silenzio sulla loro vita e sulle loro lotte è già di per sé una condanna. Con una formale riverenza verso la morte e verso l’eroismo, scrittori o critici dei giornali asserviti al sistema, cercano di distogliere l’attenzione del lettore da quella che fu la vita dei nostri martiri, da quella che fu la loro lotta contro il fascismo, da quella che fu la Resistenza. Leggendo le Lettere dei condannati a morte, gli orrori delle torture, la ferocia dei nazisti farneticanti di dominare il mondo, a noi sovviene immediatamente alla memoria un’autorevole definizione data a suo tempo del fascismo: «Il fascismo è la dittatura terrorista, organizzata dagli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario. Il fascismo hitleriano non è soltanto nazionalismo borghese, è sciovinismo bestiale. È un sistema governativo di banditismo politico. È barbarie, è ferocia medievale. È l’aggressione sfrenata contro gli altri popoli e paesi.» Questo è stato il fascismo, ma questo sembra abbiano dimenticato molti di coloro che hanno recensito le Lettere dei condannati a morte della Resistenza. Apprezzano la pubblicazione, esaltano la forza d’animo dei condannati, plaudono al loro coraggio, ma evitano di parlare del fascismo e dei responsabili di tanti delitti.Alcuni arrivano a parlare delle atrocità commesse dai soldati di Hitler, ma pochi di quei critici ricordano che chi allora governava l’Italia portò il nostro paese a fianco di Hitler e che degli italiani aiutarono le belve umane tedesche nei loro crimini orrendi. Leggere queste lettere, meditarle dovrebbe voler dire chiedersi che cosa è stato il fascismo. Leggere queste lettere, meditarle dovrebbe significare chiedersi che cosa è stata la Resistenza, qual era il suo programma, quali i suoi ideali, quando è sorta, come si è sviluppata, chi furono i suoi protagonisti e cosi via. Invece no, tutto si limita all’esaltazione della morte, perché per molti la Resistenza  se non è da condannare, è per lo meno una cosa morta, una battaglia lontana, un attimo di slancio nazionale le cui ragioni sarebbero venute a cessare e le cui bandiere dovrebbero essere collocate nei musei. Sarebbe di cattivo gusto inserire nel giudizio dei distinguo settari, ma la profanazione viene proprio dalla parte di coloro che mentre ipocritamente dicono: «Non facciamo distinzioni, non facciamo politica», colgono anche questa occasione per avanzare la loro ormai vecchia tesi: la Resistenza non fu comunista, né democristiana, né liberale, né socialcomunista, fu una manifestazione di quello spirito di rivolta definito da qualcuno l’onore dell’uomo.Quando si fanno di queste affermazioni, quando volutamente si vuole tutto mescolare e confondere per tacere degli ideali per i quali quegli uomini sono stati condannati a morte, significa proprio fare della politica e della meno pulita, significa offendere la loro memoria.  Non si può prescindere dalla politica, non si possono separare gli ideali di quegli uomini dalle loro qualità morali. Quegli uomini furono tali, ebbero tale forza e tale grandezza morale innanzi tutto perché erano dei combattenti per un ideale e per un grande ideale. È giusto cercare di cogliere nella Resistenza l’elemento unitario che mosse i patrioti e i combattenti per la libertà, che portò a lottare ed a morire fianco a fianco comunisti e cattolici, socialisti e liberali, uomini di idee politiche e di fedi diverse, ma si commette un grave errore di giudizio, di valutazione e di deformazione della Resistenza quale essa fu e della sua storia quando si nega e si cerca di nascondere – conclude la nota – che all’epica sua lotta le forze principali le diedero i lavoratori, le forze di sinistra e sopra ogni cosa la forza e l’organizzazione del Partito Comunista,  senza il quale non si sarebbe mai potuto parlare di resistenza e di liberazione”