Cetona: il centro di accoglienza chiude il 30 settembre. Il rammarico del sindaco Roberto Cottini e le considerazioni di Suzie Alexander che ha voluto sfatare alcune notizie false

Il Centro di Accoglienza di Cetona alla fine dovrà chiudere. La data di chiusura è  prevista per il 30 settembre e gli ospiti saranno distribuiti in alcuni altri centri della provincia di Siena. Il sindaco di Cetona Roberto Cottini si è dichiarato ‘rammaricato’ per questa chiusura, soprattutto perché non ci sono le risorse necessarie per tenerlo aperto. Già nei mesi scorsi era giunta la notizia della chiusura ma un gruppo di cittadini, capeggiati da una imprenditrice locale ma di origini straniera, era riuscito a prorogare i termini essendo riusciti con una sottoscrizione volontaria in pochi giorni a rastrellare la somma sufficiente per evitare, almeno per il momento la serrata del centro. Sull’argomento è intervenuta, con una lunga dichiarazione, proprio Suzie Alexander, con l’obiettivo di sfatare le notizie false. “Sono una cittadina di Cetona, e a titolo privato e volontario negli ultimi 3 anni insieme ad altri – ha scritto – ho prestato un servizio di “tutoring” ad alcuni richiedenti asilo che sono stati alloggiati nella nostra comunità. Mi è stato chiesto di commentare gli sviluppi attuali e di contribuire a comprendere quest’argomento piuttosto spinoso.  Mi sono resa disponibile a scrivere perché mi sembra chiaro che se le notizie false non vengono smentite in ambito pubblico acquistano la dignità di verità. Il Centro a Cetona chiude perché il Decreto Sicurezza di Salvini ha ridotto le risorse disponibili causando la non sostenibilità economica del servizio fornito. Le risorse, stipulate per legge e assegnate tramite bando dalla prefettura, vengono utilizzate per pagare l’affitto della struttura, il vitto, gli stipendi delle persone che ci lavorano, la lavanderia, il trasporto, le spese mediche/burocratiche e €2.50 al giorno di pocket money (paghetta) ai soggetti accolti. Nel fornire questo servizio ora non esiste un utile ed è comprensibile che non ci possa essere una perdita. Farei notare – aggiunge – che per la maggior parte i soldi rientrano direttamente nell’economia locale”. Poi ha definita falsa la notizia secondo la quale le istituzioni della zona non vorrebbero un centro di accoglienza a Cetona. “Non è vero che non c’è stata volontà politica di tenere aperta una struttura. Se fosse stato possibile trovare un nuovo immobile idoneo e abitabile nei tempi prescritti nel comune di Cetona – precisa -tutte le istituzioni/attori sarebbero stati favorevoli a continuare a fornire un servizio di accoglienza. Anche perché il servizio ha sempre funzionato bene, in un contesto nazionale che invece rende l’accoglienza sempre meno efficace. L’accoglienza in una piccola comunità funziona meglio che non nelle grandi città, proprio perché il paesino permette un’interazione umana con la popolazione senza creare il disagio che deriva dalla presenza di grandi numeri.Riducendo l’accoglienza a vitto e alloggio – fa presente inoltre -si rimuove l’accesso all’istruzione, all’alfabetizzazione e alla formazione.  Di conseguenza si elimina la possibilità di formare soggetti autonomi in grado di gestirsi la vita da soli una volta ottenuto parere favorevole alla loro richiesta di protezione internazionale in Italia.  Le attuali disposizioni fanno sì che queste persone rimangano in difficoltà e non siano produttive, creando un aumento dell’esclusione e del rischio sociale, per tutti”. “Falso” , semore per Suzie, che i richiedenti asilo non abbiano voglia di fare niente:”

Spesso appena arrivate in Italia, queste persone portano i segni di quello che hanno visto e vissuto nel percorso che le ha portate qui: oltre alla dolorosa ragione iniziale che le ha spinte a partire (spesso sono vittime di persecuzioni personali o familiari), devono superare le conseguenze di un viaggio forse durato anni che le ha portate in Libia e ad affrontare la traversata in mare. Nonostante questi traumi, hanno comunque una forte motivazione a migliorare la propria vita e sanno che questo può avvenire solo con una formazione che possa dare loro un lavoro. Un’accoglienza ridotta a vitto e alloggio le costringe invece a restare senza fare niente. Questo sarebbe difficilissimo da tollerare per chiunque sapendo la grave situazione dei propri familiari. Senza accesso al corso di lingua italiana, alla scuola, alla formazione e con restrizioni d movimento come devono passare le giornate? “, “Falsa” anche la notizia che i  richiedenti asilo “ruberebbero il lavoro: in accoglienza le persone possono lavorare, ma non possono guadagnare più di €400 al mese. Quale lavoro rubano agli italiani? Quei pochi che conosco che sono in accoglienza e sono riusciti a trovare un lavoretto hanno contratti brevi di poche ore al giorno e fanno i lavapiatti, i braccianti agricoli, i badanti, puliscono le stalle… lavori stagionali, precari che gli italiani spesso non accettano di fare, in condizioni difficili, arrivando a piedi o in bicicletta”. Sempre per l’imprenditrice agricola è “falso che sarebbe meglio aiutarli a casa loro: nNon nelle condizioni attuali, né politiche né economiche né climatiche. In futuro lo speriamo tutti. Sono proprio queste persone che possono cambiare l’Africa, prendiamo il caso dell’Africa, non noi. Il loro soggiorno qua (che non sarà per sempre) è la migliore occasione perché possano acquisire gli strumenti per contribuire a creare eventualmente una nuova società nel loro paese di origine. Lavorando in Italia contribuiscono a migliorare l’economia del loro continente, ogni persona che lavora qui sostiene le vite di 20 persone là, e nello stesso tempo si preparano a tornarci più qualificate, quando le condizioni glielo permetteranno.In zona ci sono diverse realtà di cittadini volontari che hanno creato opportunità di interazione tra i richiedenti asilo e la comunità locale, altri che hanno cercato opportunità di inserimento. Maestri in pensione che insegnano a leggere e scrivere, famiglie che offrono un posto a tavola, progetti nelle scuole, di uncinetto, di teatro, di danza, di musica. Tanti momenti preziosi di reciproco arricchimento culturale e personale. È stato fatto un grande lavoro, e possiamo fare molto di più. La chiusura del Centro a Cetona ci deve far riflettere. Con la crisi economica in atto e l’impossibilità di investire ulteriori risorse pubbliche nell’accoglienza, cosa vogliamo fare? Per il gruppo di Loop-La-Loop, attivo a Cetona da 3 anni, la sola via percorribile per affrontare in maniera costruttiva il fenomeno di cui stiamo parlando è il dialogo trasparente tra cittadini, politici, e attori vari. Un dialogo che si basi su fatti reali e non mistificati e che produca nuove “partnership” tra le istituzioni e la società civile alla ricerca di soluzioni poco dispendiose, molto umane e di grande innovazione”.