Il libro del mese di luglio 2024: ‘Una storia semplice’, l’ultimo libro di Leonardo Sciascia . A distanza di più di trent’anni da questo ‘testamento spirituale’ di Sciascia, non si può non prendere atto che la giustizia si è trasformata in vendetta

Di Francesca Andruzzi

 

Una storia semplice è il titolo dell’ultimo libro di Leonardo Sciascia (1921 – 1989), lo scrittore antimafia per eccellenza del secolo scorso. Arrivò nelle librerie pochi giorni prima della morte dell’Autore, quasi un testamento. Un racconto nel quale (quasi) tutti i personaggi sono, per dirla con Sciascia, mezzi uomini. Mafia e droga non vengono nominate, ma risultano protagoniste indiscusse. Si legge d’un fiato, si rimane senza fiato.  La storia si svolge in Sicilia, ma potrebbe, soprattutto oggi, essere allocata ovunque. Sullo sfondo, la corruzione: dilagante, impenetrabile, soffocante. Nella sua ultima fatica letteraria, Sciascia sembra arrendersi. Gli eroi che popolavano le precedenti pubblicazioni – come scrisse Andrea Purgatori in una prefazione a questo amaro racconto – sono svaniti. Appare come la resa di un uomo che aveva cercato con i suoi romanzi, con i suoi articoli, di far conoscere la mafia affinché potesse essere distrutta e non ammirata. D’altra parte, per bocca del Professor Carmelo Franzò (l’unico personaggio che si distingue dagli altri, tanto da apparire come Sciascia medesimo), l’Autore afferma: “A un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma è il morire l’ultima speranza”. Non è, però, una resa incondizionata; l’Opera si apre, infatti, con una frase di Dürrenmatt: “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”. Ma lo scenario è quello che è. Il Professor Franzò neanche risparmia chi è deputato ad amministrare giustizia. Il colloquio con il magistrato, che lo interroga, in qualità di testimone, rappresenta una magnifica, anche se severa, lezione di vita. E sottolinea l’importanza della nostra lingua italiana: “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare. Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”. Una storia semplice è la storia del male, della sua semplicità, della sua banalità. Eppure una storia semplice che appare complicata proprio da quei protagonisti che dal male si fanno contagiare, direttamente o indirettamente. Oggi, a distanza di più di trent’anni da questo testamento spirituale di Sciascia, non si può non prendere atto che la giustizia si è trasformata in vendetta. Lo testimoniano anche le guerre che dilagano. Non si può non prendere atto che alla mafia “nostrana” se ne sono aggiunte altre provenienti dall’estero. Non si può non prendere atto che gli operatori di giustizia sono sempre più imbrigliati in quelle riforme che da decenni nascono, apparentemente, per semplificare e, invece, complicano e spesso vanificano il loro lavoro. Non si può non prendere atto che la ricerca della verità e la verità stessa sembrano essere diventate, rispettivamente, attività e concetto pregni di pericolosità per chi le sostiene. Non si può non prendere atto che gli uomini sono diventati mezzi uomini: rei o accomodanti o indifferenti, poco, anzi nulla cambia nelle conseguenze globali. Certo, c’è ancora qualche Professor Franzò che, timidamente, guarda questo mondo che aveva cercato di svegliare con l’insegnamento dei classici e al quale non resta che tornare a concentrarsi, come il personaggio del libro di Sciascia, sui classici, per trovare un po’ di umanità. Non ci resta, allora, che tentare di scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia. Probabilmente, Sciascia ci ha lasciato questo racconto amaro, ma veritiero, prima di lasciare questo mondo, nella speranza, forse, di avere un erede nel panorama letterario.  Che ancora, però, non si è palesato.