Tredicesimo appuntamento con la divina Commedia “rivisitata” in narrazione poetica da Piero Strocchi

 

122 (canto n. 26) (Ulisse e Diomede)
Luogo – (Ottavo Cerchio; Ottava Bolgia, Malebolgie);
Custode – (Gerione);
Categorie – (I Consiglieri fraudolenti e in mala fede);
Pena – (I Consiglieri fraudolenti e in mala fede vagano per la Bolgia, litigano tra loro e sono avvolti da lingue di fuoco);

Contrappasso – (I Consiglieri fraudolenti e in mala fede in vita hanno provocato guai ed incendi, dando consigli fraudolenti e in mala fede: ora vagano per la Bolgia, litigano tra loro e sono avvolti da lingue di fuoco);
Personaggi – (Ulisse, Diomede).
Dalla Settima all’Ottava Bolgia dell’Ottavo Cerchio, sempre nelle Malebolgie,
Risalimmo sul ponte roccioso,
E da lì osservai il fondo, che si presentava alquanto luminoso,
Pullulante di fiammelle, senza distinguer chi si muovesse, celando ognun di essa un’anima dannata, in atteggiamenti apparentemente mansueti.

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Virgilio mi spiegò che in ogni lume ch’io vedevo, c’era lo spirito di un peccatore, lì tra quei fuochi lenti:
Fasciati dalle fiammelle stavano le anime dannate di coloro che in vita, furono consiglieri fraudolenti,
Perché in vita male impiegarono l’arte della favella: proprio per ingannare il prossimo,
Circuendolo di parole, con un dialogar finissimo.

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Ma c’era un fuoco che sollevò la mia attenzione:
A dire il vero era una duplice fiammella,
Che sprigionava evidente da un’anima dotata di una propria anima gemella.
Alla legittima mia curiosità, mi diede soddisfazione Virgilio: “Ora ti spiego tutto, e con un esempio meglio te lo dimostrerò:
Eteocle ed il fratello Polinice,
Entrambi figli di Edipo, si erano accordati per governare Tebe – città centro orientale della Grecia, in Beozia –  alternativamente per un anno,
Ma quando il primo anno si concluse, Eteocle più non volle abbandonar quel trono, con conseguente grave danno
Per Tebe e per lui stesso: così  causando una sanguinosa pugna
Che vide i due fratelli l’un contro l’altro opposti, come un tempo Romolo e Remo, ed ancora prima Caino ed Abele.
Polinice alleatosi con altri sei Re – che furono detti i sette di Tebe – dichiarò guerra al fratello infedele:
Entrambi i fratelli però, secondo la predizione di Edipo, perirono in guerra con reciproca vergogna.
L’odio tra i due fratelli in qualche modo proseguì anche dopo la loro morte,
E quando i loro corpi vennero arsi, anche le loro fiamme si divisero, ed ognuna si diresse dalla propria parte”.
L’episodio che ti ho narrato, mio lettore, si ritrova sia nell’opera di Stazio, che in quella di Lucano;
Questo quando un malevolo consiglio ci prende la mano …

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Virgilio mi porse questo esempio, mi parve con un certo disagio, e non con gioia;
Per svelarmi che i titolari di quelle due fiammelle altri non erano che Ulisse e Diomede.
Dannati entrambi in ragione della loro comune scelta di lasciar sulla battigia, l’ingannevole cavallo di Troia
Con ben quaranta Achei, i più valenti,
A menar l’attacco di Troia, la città da distruggere in fiamma secondo i più ingannevoli intendimenti.
Anche dopo che tante parole vennero profuse per tesser quegli stessi inganni, allo scopo di non far immaginare ai troiani il loro infuocato domani.
Certo era stato insinuante il peccato di Ulisse e di Diomede, consiglieri in mala fede
Perché la fine di Troia cadde nelle loro mani.

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La fiammella dell’anima dannata di Ulisse prese il coraggio di narrare: “Sono qui nell’Inferno e per me non può esser vanto,
Perché conoscere il mondo navigando in mare era in vita il mio vero intendimento:
Per trarre quella gloria personale,
Che mi limitava nel desiderio di tornare
Ad Itaca da mia moglie Penelope, da mio padre Anchise,
Oltre che da mio figlio Telemaco e dal mio cane Argo, che di aspettarmi mai smise.
Ebbene il fuoco sacro ch’era dentro il mio corpo mi spinse al di là di ogni limite umano.
Quando dopo un anno, quando me ne dipartii da Circe, mi sentii avvolto da un desiderio a cui non riuscivo a metter freno:
Conoscere il mondo desideravo, e le colonne d’Ercole volli ad ogni costo oltrepassare,
Per veder cos’altro ci fosse oltre.
Riuscii a convincere con la mia agile favella, e ben motivai, col convincimento, i miei compagni,
Dicendo loro: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”.
Dopo queste parole di me ancor più convinti attraversammo inorgogliti quell’ultimo confine:
Eravamo finalmente al di là delle Colonne d’Ercole ed avemmo l’illusione di aver scoperto una nuova terra,
Ma fu un’illusione perché il mare ben presto davanti a noi si richiuse, durante una tempesta,
E per noi si concluse quella che doveva essere invece una conquista.
Quella terra che avevamo scoperto, oltre quel limite, tra l’altro era il Purgatorio,
Quindi eravamo arrivati in un ambiente divino e non in un normale territorio.
Avevo peccato nella mia pretesa di poter superare ogni confine umano,
Magari neanche pensando di raggiungere il divino.
Ed anche in questo caso fui un consigliere fraudolento,
Per l’ambizione scriteriata del mio suggerimento”.

127 (canto n. 27) (Guido da Montefeltro)
Luogo – (Ottavo Cerchio; Ottava Bolgia, Malebolge);
Custode – (Gerione);

Categorie – (I Consiglieri fraudolenti e in mala fede);
Pena – (I Consiglieri fraudolenti e in mala fede vagano per la Bolgia, litigano tra loro e sono avvolti da lingue di fuoco);

Contrappasso – (I Consiglieri fraudolenti e in mala fede in vita hanno provocato guai ed incendi, dando consigli fraudolenti e in mala fede: ora vagano per la Bolgia, litigano tra loro e sono avvolti da lingue di fuoco);
Personaggio – (Guido da Montefeltro).
Col permesso di Virgilio, Ulisse si allontanò, ritornando così al suo posto.
Nel frattempo una nuova fiammella emettendo un suono sconosciuto mi si avvicinò, mettendosi in evidenza ad ogni costo.
Tal suono ignoto riflettei parrebbe addirittura ricondursi allo strano muggito del toro di bronzo, che il tiranno Falaride ad Agrigento
Fece costruire a Perillo il suo scultore di riferimento.
Ma quell’opera dentro la quale sarebbe dovuto morire torturato dalle fiamme roventi più di un oppositore di quel dittatore,
In realtà servì soltanto alla tortura del proprio ideatore,
Che arroventato all’interno di quel toro e così massacrato terminò la sua esistenza
Per poi esser buttato a mare con la sua stessa creazione di lì a breve distanza.
Ebbene tal suono ignoto proprio a quel “mugghiar” somiglia.
Poi con una voce che quasi s’impiglia,
All’improvviso, incontrollata, una nuova fiammella guizza,
Ed a parlar con Virgilio, con una certa pena e con fatica abbozza.

 

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Pur non dichiarando al momento il proprio nome,
L’anima dannata di quella nuova fiammella alcune cose volle conoscere.
“Ti chiedo se la Romagna fosse in guerra oppure no e nel caso con chi quando e come,
Ciò in quanto essendo io natìo di quella zona – mi disse – per meglio dire tra la città di Urbino ed il monte Fumaiolo, lì dove c’è la sorgente del Tevere”.
Gli risposi dicendo che la Romagna non è mai stata esente dalla guerra,
In quanto dominata da tiranni, pur se in quel momento par che il sangue lì non scorra.
E ancora lo informai: “A seguito di questa tua richiesta, così ti relaziono: Ravenna da molti anni, trovasi sotto la Signoria dei Da Polenta, e fino a Cervia arriva il loro dominio;
Gli Ordelaffi invece sono i signori di Forlì, prevalenti sui Francesi, sin dal tempo del loro sterminio;
I Guelfi Malatesta erano i padroni di Rimini avendo catturato Montagna dei Parcitadi l’avversario capo Ghibellino;
Faenza ed Imola son governate invece da Maghinardo Pagani un Signore che tra i Guelfi e i Ghibellini è stato sempre ondeggiante;
Cesena tra libertà e tirannia oscilla con far costante”.

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Molto mi dilungai con quella sconosciuta ed infernale anima dannata:
Quindi lo invitai a presentarsi,
Per poter su di lui meglio regolarmi
Quella fiammella dopo qualche altro mugolio,
Come tutti gli altri presenti dall’Inferno senza scampo,
Accettò di parlare a cuore aperto, nel frattempo:
“Mi chiamo Guido da Montefeltro, prima condottiero e guerriero, poi anche francescano,
Di certo per indole più portato per gli “atti volpini “, che per gli “atti leonini “,
Con ciò intendendo dire che più il sottobanco che le capacità guerriere furono le mie prerogative.
Mi feci frate sperando di espiare i miei terreni peccati e per poterli dimenticare nell’oblìo;
Però fu Papa Bonifacio VIII° a ricondurmi sulla corrotta via cioè alle antiche malevoli astuzie ai raggiri ed agli inganni.
Quel Papa, in guerra coi Colonna,
Mi chiese ausilio per conquistar la rocca di Palestrina senza danni,
Assolvendo in anticipo i miei peccati, in ragion di ciò, e da ogni futura condanna.
Consigliai il Papa, e gli dissi senza farmi scrupoli: perdona pure i tuoi nemici,
Però non mantenere dopo, ciò che prima dici.
Questo fu il mio consiglio fraudolento,
Ed il motivo per cui ora mi trovo qua dentro.

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Alla mia morte San Francesco venne a ritirare la mia anima, pensando di potersela portare in Paradiso:
Ma il diavolo intervenne, sostenendo che il mio posto fosse piuttosto all’Inferno, a causa del mio agire fraudolento, ripetuto anche dopo l’esser diventato frate, avendo poi di nuovo ripetuto lo stesso evento,
Appunto sostenendo che non possa trovare assoluzione
Chi formalmente si pente, ma poi nella sostanza, agisce nuovamente nella stessa precedente direzione.
Il demonio a questo punto mi prese e mi condusse,
Senza perdere altro tempo, da Minosse
Il quale attorcigliò la coda attorno al proprio corpo per ben otto volte,
Quindi destinandomi a questa Bolgia quella dei consiglieri fraudolenti; nel contempo quella coda mordendosela anche alquanto forte”.

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Concluso il suo racconto, Guido velocemente si dileguò.
E noi proseguimmo oltre, lungo il ponte dove dimoravano le anime dannate di chi in vita aveva seminato discordia: ed arrivammo così nella Bolgia attigua, dopo un pò.